L’opera decennale di riscoperta e valorizzazione dell’esperienza storica della migrazione dalla regione cinese del Zhejiang all’Italia per mezzo del fumetto non ha paralleli nel resto del mondo. Benché vi siano diversi casi di “romanzo grafico” realizzati da persone di origine cinese in diversi contesti della diaspora – spesso sotto forma di testimonianza autobiografica – nel caso di Ciaj Rocchi e di Matteo Demonte, ci si trova di fronte a un progetto di ampio respiro. Matteo è il nipote di uno dei primi cinesi insediatisi in Italia negli anni Trenta del secolo scorso.

Insieme a Ciaj collabora a un progetto articolato in più opere e modalità espressive, basato su una rigorosa ricerca etnografica e d’archivio. L’obiettivo è far riaffiorare il racconto collettivo delle diverse generazioni di persone cinesi, italocinesi e sinoitaliani stabilitesi in Italia. Dopo la loro “tetralogia cinese” – Primavere e Autunni (2015), Chinamen (2017), La macchina zero (2021) e Memories (2023) – Comunità di Destini è un progetto articolato in sette albi a fumetti e sette cortometraggi a disegni animati. Il racconto ripercorre sette decenni della storia delle persone cinesi d’Italia: dal 1926, anno dell’arrivo dei primi venditori ambulanti di perle finte, al 1986, anno della storica prima sfilata del drago in via Paolo Sarpi a Milano per i festeggiamenti del Capodanno Cinese. Il 1986 è anche l’anno che segna la ripresa delle filiere migratorie dal Zhejiang all’Italia, rimaste sostanzialmente dormienti nel dopoguerra.
«In Comunità di Destini, il rapporto tra dato storico e rappresentazione è uno degli assi portanti del progetto. Il nostro lavoro è sempre partito dalla realtà: documenti, memorie, testimonianze, piccoli pezzi di vite concrete. Non ci sono mai interessate le definizioni astratte di identità o le categorie culturali sganciate dall’esperienza. Ci muoviamo invece dentro storie radicate nel quotidiano – fatte di lavoro, adattamento, rischio, resilienza. La cinesità emerge attraverso luoghi, mestieri e relazioni, ma il punto di partenza resta sempre il reale. Non siamo autori di fiction in senso stretto: la nostra immaginazione non inventa mondi, ma riorganizza ciò che esiste, lo interpreta, gli dà forma.
Il metodo nasce dall’ascolto: interviste, archivi familiari, fotografie, memorie orali spesso frammentarie. Da qui prende avvio un lavoro di costruzione narrativa che prova a rendere queste esperienze leggibili anche a chi non ne ha un legame diretto. In questo senso svolgiamo un ruolo di mediazione, creando un ponte tra memoria individuale e memoria collettiva. È il legame con i contesti storici – economici, politici, urbani – che permette alle vicende personali di uscire dalla sfera privata e diventare condivisibili.
Da un lato c’è il dato: documenti, archivi, articoli – come quello del Corriere della Sera del 1926 – e soprattutto le testimonianze raccolte negli anni. Il dato storico è ciò che resta, ciò che può essere verificato. Ma da solo non basta. È incompleto, segnato da lacune e silenzi, soprattutto quando riguarda storie marginali come quelle delle prime migrazioni cinesi in Italia.
È qui che interviene la rappresentazione. Non per tradire il dato, ma per attraversarlo e renderlo vivo. La scelta di eliminare una voce narrante va in questa direzione: non spiegare dall’esterno, ma restituire la storia dall’interno, attraverso i personaggi. La rappresentazione colma i vuoti in modo plausibile, immagina dialoghi, restituisce emozioni coerenti con il contesto storico.
In questo senso, il progetto si muove in una zona intermedia tra storia e narrazione: non una ricostruzione accademica, ma neppure finzione libera. Piuttosto, una forma di verità narrativa che cerca di restituire l’esperienza vissuta.
Questa operazione non è neutra. Raccontare oggi queste storie significa intervenire sul presente: rendere visibile ciò che è rimasto ai margini, riconoscere che la storia italiana è da tempo una storia intrecciata. La rappresentazione diventa così anche un atto culturale e politico.
In questa prospettiva, la narrazione per immagini – tra fumetto e animazione – si configura come uno spazio di legittimazione culturale. Non si limita a raccontare, ma contribuisce a costruire visioni del mondo capaci di influenzare la percezione collettiva della realtà e del destino sociale. Non si tratta di dire allo spettatore cosa pensare, ma di suggerire come sentire: ciò che viene interiorizzato a livello emotivo tende a diventare realtà percepita.
Il tentativo è quindi quello di costruire storie che, pur presentandosi come intrattenimento o celebrazione, contribuiscano a sedimentare modelli culturali. La ripetizione narrativa di alcuni archetipi – il viaggio, l’origine, la resilienza, la costruzione di una comunità – produce familiarità emotiva e rende queste storie riconoscibili e condivisibili.
Anche le scelte estetiche vanno in questa direzione: una tensione tra stilizzazione e iperrealismo che permette di allargare il campo della rappresentazione, tenendo insieme precisione storica e forza simbolica.»
«In Comunità di Destini, la grammatica simbolica non si costruisce attraverso segni espliciti, ma attraverso scelte sottili: cosa mostrare, cosa lasciare fuori dall’inquadratura, chi parla, in quale lingua e da quale punto di vista. È in queste decisioni che prende forma la rappresentazione dell’altro.
Uno degli obiettivi è innestare volti e nomi cinesi dentro l’immaginario italiano senza marcarli come estranei o folklorici. Raccontare la presenza cinese in Italia significa ricostruire una genealogia fatta di trasformazioni: da figure marginali a soggetti pienamente coinvolti nei processi economici e culturali del Paese. La cinesità diventa così parte integrante della modernità italiana.
Anche visivamente abbiamo evitato ogni esotizzazione: l’identità emerge dalla quotidianità – negli spazi urbani, nei luoghi di lavoro, nelle relazioni – diventando parte della storia condivisa.
In questo senso, il progetto dialoga anche con l’immaginario popolare: richiama, in forma rielaborata, la dimensione simbolico-narrativa dei fotoromanzi, dove la serialità, i volti e le relazioni costruiscono un legame emotivo con il pubblico. La familiarità non nasce dalla semplificazione, ma dalla ripetizione e dalla variazione di schemi riconoscibili.
La scelta narrativa è coerente: niente narratore esterno, solo dialoghi. La lingua diventa un dispositivo fondamentale – fluida tra i personaggi cinesi, più incerta nell’incontro con gli italiani – non per creare effetto comico, ma per restituire una distanza reale e il tentativo di colmarla.
La rappresentazione dell’altro passa così attraverso alcune linee essenziali: la sottrazione degli stereotipi, la centralità del quotidiano, il lavoro come primo terreno comune, il corpo come esperienza condivisa.
Fondamentale è anche lo sguardo reciproco: l’altro non è solo osservato, ma osserva a sua volta. L’Italia diventa altro agli occhi di chi arriva, rompendo ogni gerarchia implicita.
Infine, le relazioni. È nell’intimità – amicizie, amori, famiglie – che la distanza si trasforma. L’alterità non scompare, ma diventa legame.
Nel tempo, questo processo si consolida. La serialità permette infatti la costruzione progressiva di un ecosistema narrativo, in cui rappresentazioni inizialmente percepite come “altre” diventano parte della normalità. Alcuni codici culturali vengono interiorizzati e integrati nell’immaginario collettivo.»
«Comunità di Destini nasce come serie animata e serie a fumetti, articolata in sette episodi che coprono un arco temporale di sessant’anni, dal 1926 al 1986.
È, in un certo senso, una mini saga dei primi migranti cinesi in Italia. Come ogni narrazione collettiva, ha anche una dimensione mitopoietica: il mito delle origini, del migrante zero, della resilienza. Non nel senso di una mitizzazione retorica, ma come costruzione di un immaginario condiviso capace di dare forma e continuità all’esperienza storica.
La trama segue il cammino incrociato di famiglie, amicizie e amori nati dall’incontro tra migranti cinesi e donne italiane. Cortili, botteghe, trattorie, chiese e case condivise diventano lo spazio in cui si costruiscono identità plurali e comunità ibride.
Ogni episodio si colloca in un momento storico preciso e corrisponde a una tappa di passaggio nelle vite dei protagonisti, che non sono mai individui isolati, ma presi in una rete di relazioni che costituisce il vero filo della narrazione.
Il primo episodio, ambientato nel 1926 e ispirato anche alle prime tracce documentate come l’articolo del Corriere della Sera, racconta l’arrivo dei primi giovani migranti. Sono poco più che ragazzi e si trovano ad affrontare le prime difficoltà: la lingua, il lavoro, la ricerca di un alloggio. In questo contesto iniziano a nascere le prime relazioni e si costruisce uno sguardo reciproco tra chi arriva e chi accoglie.
Nel secondo episodio, ambientato nel 1936, quei ragazzi diventano uomini. Emergono le prime storie d’amore, si formano i primi nuclei familiari, si cerca una stabilità economica. La comunità cresce, si consolida, pur restando fragile e ancora esposta ai cambiamenti del contesto storico.
Il terzo episodio si colloca nel 1946, in un momento cruciale per l’Italia: il referendum tra Monarchia e Repubblica e le sue conseguenze, tra cui la perdita di cittadinanza per molte donne italiane. È anche il tempo della ricostruzione postbellica. In questi anni prendono forma i primi laboratori di pelletteria, nascono i figli e le figlie e si sviluppano le prime famiglie miste, segnando un passaggio importante nella costruzione di una nuova identità condivisa.
Nel 1956, quarto episodio, si assiste al consolidamento delle attività economiche e all’espansione delle comunità in città come Bologna, Firenze e Padova. Crescono le seconde generazioni e iniziano a emergere in modo più evidente sia i processi di integrazione sia le differenze culturali.
Il quinto episodio, ambientato nel 1966, si inserisce nel pieno del boom economico. È il momento in cui compaiono i ristoranti, simbolo di una nuova visibilità e stabilità. Accanto al lavoro, trovano spazio anche momenti di quotidianità più leggeri, come le gite al mare, che raccontano un’integrazione sempre più concreta. È un episodio tutto al femminile che ha come protagoniste le eredi dei primi ristoranti cinesi di Milano.
Nel 1976, sesto episodio, la narrazione allarga ancora di più il campo: Milano, Bologna, Firenze, Padova diventano punti nodali di una mappa più ampia. Si sviluppano nuove comunità e nuove connessioni. Emergono anche elementi culturali specifici, come la pratica dell’agopuntura, e vicende più intime e fragili, come la malattia di Wu Lishan.
L’ultimo episodio, ambientato nel 1986, rappresenta un momento di bilancio. È il tempo in cui una generazione guarda indietro e prende consapevolezza del proprio percorso. Il primo Capodanno cinese diventa simbolo di continuità e appartenenza, mentre la memoria passa ai figli e alle figlie, trasformandosi in eredità condivisa. Finalmente emerge la coscienza di una storia collettiva.
Attraverso tutti gli episodi si sviluppano alcune linee tematiche costanti: la migrazione come esperienza universale, il lavoro come strumento di riscatto, le famiglie miste, la discriminazione, la memoria e la sua trasmissione.
Accanto alla dimensione seriale, il progetto si apre anche a una dimensione pubblica e partecipativa. La celebrazione del 6 marzo in Chinatown e il successivo evento del 28 maggio al Gallaratese si configurano come una forma di ritualità contemporanea: un momento di incontro tra memoria, racconto e comunità, in cui la narrazione esce dallo schermo e si radica nello spazio urbano.
Quando i sette episodi saranno terminati, le piattaforme digitali e lo streaming globale amplieranno ulteriormente questa dimensione, permettendo alla storia di circolare oltre i confini locali e di raggiungere un pubblico più ampio, costruendo connessioni tra comunità geograficamente distanti ma simbolicamente vicine.
In questo quadro, il cinema – e più in generale la narrazione audiovisiva – assume anche una funzione pedagogica. Non in senso didascalico, ma come dispositivo capace di orientare lo sguardo, costruire sensibilità, rendere pensabile ciò che prima non lo era.
L’obiettivo è restituire una storia poco raccontata non come curiosità, ma come parte integrante della storia italiana. Una narrazione accessibile, emotiva e al tempo stesso rigorosa, capace di incidere sull’immaginario contemporaneo.
Attualmente gli episodi 1, 2 e 3 sono stati realizzati. L’episodio successivo è in lavorazione, mentre gli altri sono in fase di sviluppo e verranno presentati entro la fine del 2026. Il progetto cresce in modo progressivo, mantenendo una struttura aperta e in dialogo continuo con il pubblico e con la memoria che intende preservare.»
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Foto Capodanno, 1987 ☉ Archivio Associazione Italia-Cina, sez. Milano
Foto di Wu Lishan e Giulia Mazzini, 1977 ☉ Archivio privato della famiglia Ou