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Resistere oggi: mani, corpi e comunità

  • Aprile 2026

Umberto Eco, nel suo Il fascismo eterno (1995), ci ricordava che il fascismo non si presenta sempre con una divisa o un manifesto. Più spesso si insinua nei linguaggi, negli atteggiamenti, nei riflessi culturali. 

È proprio per questo che la resistenza non può fermarsi alle dichiarazioni di principio. Se il fascismo agisce anche attraverso pratiche diffuse, nel modo in cui parliamo, ci organizziamo, costruiamo o distruggiamo comunità, allora anche l’antidoto deve essere pratico, concreto, radicato negli spazi. 

In questa intervista corale condividiamo quattro esperienze che, a Milano, si muovono in questa direzione. Ognuna di queste esperienze, a modo suo, traduce l’impegno antifascista in gesti, oggetti, luoghi e azioni. Non solo una commemorazione, ma il tentativo di tenere aperta una domanda: cosa significa resistere, oggi? 

Fiori Resistenti
di C.Pì Paper Crafts
Mani che modellano un fiore di cartapesta rossa dipinta, durante il laboratorio Fiori Resistenti di C.Pì Paper Crafts.

Fiori Resistenti è la mia prima azione di craftivismo, anche se il mio lavoro manuale è sempre stato legato a temi per me urgenti. Il fil rouge che ha guidato la sperimentazione creativa in C.Pì Paper Crafts è il riciclo, ma nel corso degli ultimi anni gli eventi del mondo hanno bussato alla porta in modo sempre più forte e ho capito che il craft da solo non bastava più. 

Il craftivismo è una pratica politica riflessiva che utilizza il fai-da-te creativo come strumento di protesta gentile e azione collettiva. È una forma di ribellione inclusiva che ogni persona può agire partendo dalle proprie possibilità e dai propri ritmi, trasformando la creazione manuale in un atto di rivendicazione sociale. 

L’idea dei fiori di cartapesta nasce come atto di memoria individuale: il momento di creazione del fiore significa fermarsi a conoscere singole storie di partigiani e partigiane, per scoprirne il lato umano, oltre alla Storia. Sentivo la necessità, in un momento in cui il mondo è in fiamme, di ricordare a me stessa che l’agire individuale, quando diventa collettivo, può fare la differenza e che i gesti eroici sono gesti fatti da persone comuni. 

Mentre creavo i fiori di cartapesta ascoltando l’audiolibro di L’Agnese va a morire è stato come essere lì con lei, vivere la sua storia, mentre davo forma a oggetti destinati ad andare nella città a raccontare altre esistenze resistenti. In quel momento ho percepito la potenza del gesto, diventata ancora più evidente grazie alle reazioni delle persone a cui lo raccontavo. 

Ho capito che questa azione aveva un senso più ampio e che doveva diventare collettiva, smettendo di essere solo mia per trovare la propria strada. La condivisione ha arricchito il progetto: fonti più accurate, una comunicazione più efficace, una rete più vasta. Non sappiamo ancora in quante saremo a distribuire i fiori quest’anno, ma stiamo già immaginando, insieme, l’edizione 2027.

Una X ricamata per resistere
di Collettivo Carbush
Una persona pratica il Tatreez, ricamo tradizionale palestinese, con un telaio circolare tra le mani. Sul tavolo, un libro aperto con motivi geometrici colorati e una tazza. Laboratorio del Collettivo Carbush, Milano.

Iniziare a ricamare attraverso la tecnica del Tatreez, il ricamo tradizionale palestinese, è stata per noi una scelta consapevole e politica. Il nostro collettivo nasce nel 2024, mentre assistevamo al genocidio del nostro popolo, e dentro di noi cresceva sempre più il bisogno urgente di non restare inermi e di reagire.

In Palestina il ricamo è da sempre una forma di resistenza, un atto attraverso cui si tramandano identità, memoria e cultura. Per noi è diventato uno strumento per continuare a lottare per la nostra causa, anche e soprattutto quando le nostre parole vengono silenziate o non ascoltate.

È qui che risiede il potere di un ago e di un filo: attraverso una semplice X ricamata, portiamo la Palestina ovunque.

Le parole e gli slogan, nel contesto palestinese, vengono spesso distorti e manipolati. Al contrario, come spiega Rachel Dedman in Stitching the Intifada, gli abiti ricamati con il Tatreez – come quelli dell’Intifada – creano un contrasto netto con la consueta cultura materiale della protesta.

Le manifestazioni sono caratterizzate da momenti rapidi e spontanei. Il Tatreez, invece, è una pratica incredibilmente lenta: una traccia che si costruisce nel tempo e che rimane, testimonianza della vita, della fatica e dell’esistenza del popolo palestinese.

Le donne del deserto che praticano il Tatreez tramandano un principio preciso: ogni ricamo deve contenere un’imperfezione. Può essere un cambio di colore inaspettato o un motivo interrotto, perché, in quanto esseri umani, non possiamo avvicinarci alla perfezione, che appartiene ad Allah.

Durante i laboratori condividiamo questa visione con chi partecipa. Poi proponiamo un’attività: scrivere su un foglio qualcosa da cui si desidera liberarsi dopo questa esperienza. Nella maggior parte dei casi emerge il bisogno di sottrarsi alla performatività e all’idea di perfezione.

Così abbiamo compreso come tramandare il Tatreez non sia significativo solo per noi palestinesi, ma anche per le persone nate e cresciute qui in Italia.

Partigian* in Ogni Quartiere
di POQ
Folla numerosa riunita di notte al Parco Alessandrini di Corvetto, Milano, durante una delle edizioni di Partigian* in Ogni Quartiere. Le luci del palco illuminano migliaia di persone presenti all'evento.

Far parte di Partigian* in Ogni Quartiere è un modo per dimostrare che nel piccolo e dal basso si può sempre fare qualcosa. E che per farlo serve la presenza fisica. 

La possibilità di riunirsi come massa critica in una dimensione festiva ha un valore simbolico importante, poiché costruisce un rituale attraverso il quale rielaborare collettivamente valori che vanno declinati nel presente. POQ dà l’opportunità a chi viene per la prima volta a un’assemblea, o all’evento stesso, di rendersi conto che esiste una comunità resistente. 

Agli occhi dì una persona giovane può dimostrare che è possibile costruire in maniera autonoma un grande raduno gratuito fatto di musica, politica e cibo a prezzi popolari. 

POQ rappresenta anche un lavoro creativo, al quale collaborano persone che provengono da esperienze diverse. Ognuna mette in campo risorse e competenze per costruire una narrazione poetica, un racconto collettivo. 

La creatività sta nel modo in cui si mettono insieme tante voci. L’onda lunga dell’entusiasmo per l’evento riesce a coinvolgere anche persone che si aggiungono all’ultimo momento per dare una mano. 

La mano, che è anche il simbolo di POQ, può rappresentare i diversi modi di rendere concreta un’idea politica: scaricare i camion con i materiali, fare un turno in cucina, vendere magliette per le spese legali, montare il palco, suonare con una band, fare un intervento, portare un pezzo teatrale. Tutte pratiche che hanno a che fare con il corpo, che resta il modo più incisivo per farsi sentire.

L’appuntamento quest’anno, per la diciannovesima edizione, è il 25 aprile dalle ore 18.00 al parco Alessandrini – MM3 Corvetto. In caso di pioggia: Famagosta MM2. 

Strade Resistenti
di Laboratorio Lapsus
Fotografia storica in bianco e nero di una celebrazione di piazza nel quartiere Giambellino, Milano. Tra bandiere e festoni, una folla di persone di tutte le età è raccolta

Le strade che attraversiamo sono archivi a cielo aperto. Ogni nome su una targa, ogni edificio, ogni incrocio possono contenere una storia di resistenza, di lotta, di scelta. Strade Resistenti, racconta alcune storie di chi ha agito nelle strade del Giambellino, insieme alle riflessioni di giovani del quartiere, che quelle strade le vivono oggi. Quando lo spazio urbano diventa esperienza collettiva, si attiva qualcosa di profondo, che ha a che fare con l’appartenenza e con il riconoscersi parte di qualcosa che viene da prima di noi e continuerà dopo.

Da sempre per Laboratorio Lapsus la diffusione della storia e del sapere è un atto politico. Per spiegare cosa intendiamo, scomodiamo Antonio Gramsci che, nel primo numero de L’Ordine Nuovo del 1° maggio 1919, scriveva: «Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza».
Quella triplice chiamata è ancora la struttura di senso del nostro lavoro.

Interrogare i luoghi attraverso la lente della storia significa mettere in connessione ciò che era con quello che è diventato. Perché una strada non è solo un percorso: è una stratificazione di significati che impariamo a osservare con occhi diversi.

Ed è lì che succede qualcosa. Un ragazzo o una ragazza, che si ferma davanti a una targa e per la prima volta la legge davvero. È lì che la memoria smette di essere patrimonio e diventa domanda viva.