Nel dibattito pubblico contemporaneo, il tema della comunicazione accessibile e inclusiva è sempre più centrale. Ma come ci si può formare oggi su questo tema? E, in un tempo in cui il confronto è sempre più stratificato, come si scelgono le parole giuste?
Ne abbiamo parlato con Ginevra Bocconcelli di Associazione Fedora, partner della call “Complicare è facile“ e curatrice del percorso formativo sulla comunicazione accessibile realizzato per Codici.
«L’Associazione Fedora è nata ufficialmente nel 2018 ed è stata fondata da me, Valeria Lacorte e Luca Falbo.
Qualche anno prima, nel 2013, io e Valeria ci siamo incontrate all’università di Bologna, all’interno di un percorso della facoltà di Discipline dello spettacolo dal vivo. Eravamo già sensibili al tema dell’accessibilità in ambito culturale. Inoltre, conoscendo una nostra compagna di corso cieca dalla nascita, abbiamo vissuto con lei la quotidianità e ci siamo rese conto di come molti luoghi culturali fossero spesso inaccessibili, non solo dal punto di vista fisico, ma anche dei contenuti e la comunicazione.
Con l’incontro con Luca, che viene dal mondo pedagogico ed è cresciuto in una famiglia sorda segnante, il nostro sguardo si è ampliato anche sulla disabilità uditiva.
Dopo una prima fase di sperimentazione, nel 2018 abbiamo fondato l’Associazione Fedora, che si occupa di promuovere l’accessibilità culturale nei teatri, nei festival, nei musei e, più in generale, nei contesti culturali. L’associazione accompagna realtà pubbliche e private nella progettazione di attività e contenuti più accessibili.
Lo facciamo attraverso formazione, percorsi di accompagnamento e progetti, partendo dall’idea che la cultura sia un diritto di tutte e tutti e che l’accessibilità sia uno strumento per costruire una società più equa e inclusiva.»
«Il nome è un riferimento al libro di Italo Calvino, Le città invisibili, e si richiama all’idea di una città ideale, quella che chiunque può immaginare.
Ci piace pensare questa città così: un luogo capace di accogliere desideri, bisogni e differenze, proprio come vorremmo fosse la cultura, cioè aperta, accessibile e plurale.»
«Per me, accessibilità significa possibilità. Un’altra parola che mi piace molto, quando penso all’accessibilità, è cura. Rimane sempre la mia preferita, perché vuol dire attenzione, relazione, pluralità.»
«Molte persone, quando si parla di accessibilità, pensano che il tema interessi solo le persone con disabilità. Durante e dopo la formazione, però, questo sguardo cambia: iniziano a pensare che una persona con disabilità possa essere un padre, un nonno, una vicina di casa, fino a pensare: “potrebbe riguardare anche me”.
Ci si rende conto che è un tema che riguarda tutte e tutti e non qualcosa di esclusivo o distante. In questo modo si può creare un forte momento di collettività.»
«All’inizio, Valeria ha proposto al team di Codici di avviare un percorso di formazione, per poi capire insieme quale potesse essere il formato e i contenuti della call “Complicare è facile”.
Poi si è creato un incontro molto umano, almeno per quanto mi riguarda, fondato anche su un approccio al lavoro molto simile. Questo, penso, ha portato Codici a coinvolgere l’Associazione Fedora non solo come associazione fornitrice di servizi, ma all’interno di una collaborazione più ampia.
Probabilmente ha influito anche il fatto che, grazie alla nostra attenzione specifica sul tema, potessimo essere stakeholder utili sia nella progettazione della call sia nelle attività successive come, la ricerca per la Commissione Altri Sguardi. Senza volerci prendere meriti particolari, due delle tre persone coinvolte sono arrivate proprio tramite le reti dell’Associazione Fedora.
Per noi è stata anche una bella opportunità. Per me, in particolare, perché non avevo mai letto progetti nell’ambito di bandi o call: è stata una sfida nuova, complessa ma molto stimolante.
Credo abbia avuto un peso anche il supporto alla comunicazione e alla promozione: lavorando con pubblici composti anche da persone con disabilità potenzialmente interessate al tema, questo aspetto ha rappresentato un valore aggiunto.»
«Credo che sia importante perché, come per la maggior parte dei temi, c’è una continua evoluzione. È quindi fondamentale dare spazio a nuovi spunti di riflessione, metodologie e approcci, in tutte le forme di comunicazione possibili — voce, segno, o altre modalità.
Devo dire che per l’Associazione Fedora e per me è anche un’opportunità sfidante, proprio perché non mi occupo specificamente di comunicazione accessibile. Mi sono quindi detta che forse avrei imparato qualcosa io stessa, e che avremmo imparato qualcosa di nuovo, di diverso.
Può darsi che saremo noi a fare delle riflessioni e a metterci in discussione. Personalmente è una cosa che mi piace molto: non mi piace la staticità né l’idea di essere arrivata da qualche parte, come persona o come associazione. Credo invece che ci sia sempre, come nel nostro claim iniziale, qualcosa da aggiungere.
Anche la Commissione Altri Sguardi, per come è stata pensata, va nella direzione di mettere insieme tre persone prima ancora che professioniste e professionisti, che lavorano sullo stesso tema ma da prospettive e con tagli diversi, da cui poter apprendere qualcosa.
Per noi è una sfida, è un’opportunità, e credo sia molto importante il supporto ad azioni di questo tipo.»
«Negli anni l’Associazione Fedora ha fatto diverse riflessioni interne sul tema della comunicazione e del linguaggio, anche nella scelta dei termini, a partire da ricerche nell’ambito degli studi sull’accessibilità.
Abbiamo avuto, come tutte le realtà che hanno la possibilità di scegliere, l’occasione di interrogarci su come raccontarci, cosa dire e in che modo, a chi rivolgerci e perché lo facciamo.
All’inizio utilizzavamo il termine inclusione perché, onestamente, ci sembrava non ci fossero alternative. Fino a quando, grazie a diversi approfondimenti — la lettura del libro “In altre parole” di Fabrizio Acanfora — ci siamo rese e resi conto che alternative invece esistevano.
Abbiamo lavorato su concetti come la convivenza delle differenze — che già di per sé è interessante — e che porta a interrogarsi su parole come differenza, diversità, diverso, e tutto ciò che ruota attorno a questi termini, soprattutto quando si parla di persone con disabilità.
Quando qualcosa viene raccontato come diverso, spesso viene automaticamente collocato come ciò che non ci rappresenta, non ci appartiene, o addirittura come qualcosa di negativo. In realtà non è così.
Abbiamo approfondito il senso della parola differenza: anche rispetto a come ci sentiamo noi rispetto all’altro o all’altra. Diversi sì, ma in senso positivo: diversi nella nostra complessità, nei gusti, nelle ambizioni, nel modo di vestirci o di essere. E questa non è una criticità, è una caratteristica. Una caratteristica positiva.
Il linguaggio deve provare a restituire questa complessità. Pensando sempre a quel mondo ideale che l’Associazione Fedora vuole rappresentare abbiamo capito che forse convivenza delle differenze era il termine più rappresentativo per noi.
Non si tratta di un termine che debba essere per forza condiviso o accettato da tutte le persone, ma che va spiegato, motivato e contestualizzato.
E devo anche essere molto onesta: in tanti contesti ci capita ancora di utilizzare inclusione, perché a volte ci sentiamo quasi obbligate a farlo.
Un altro tema che abbiamo affrontato è quello degli approcci linguistici, come il Person First e l’Identity First. Il Person First mette al centro la persona prima della sua caratteristica, quindi persona con disabilità. L’Identity First è rivendicato da molte persone attiviste che si riconoscono nella dicitura persona disabile, come obiettivo di mettere al centro la disabilità ritenuta un elemento rilevante per la persona. La disabilità un elemento distintivo.
Non mi aspetto che queste scelte vengano accettate da tutte e tutti, ma almeno comprese.
Ed è anche per questo che, nella collaborazione con Codici, abbiamo riflettuto molto su questo punto: cosa intendiamo quando parliamo di linguaggio inclusivo? Cosa significa per noi? E cosa significa per voi?
Per l’Associazione Fedora è abbastanza chiaro, ma era importante esplicitarlo. E quindi il compromesso è stato quello di aggiungere una definizione: parlare di comunicazione accessibile e inclusiva significa costruire forme di linguaggio che non creano barriere e che non escludono alcune persone.
Già questo, in sé, è un modo per raccontare e rendere concreto il significato.
Non con l’idea che tutte e tutti debbano essere d’accordo, ma con la volontà che sia il più possibile comprensibile.»
«La stessa domanda mi è stata fatta la settimana scorsa, durante una formazione, da una persona che mi ha detto: “Io non ce la faccio, non so da che parte girarmi”.
Fabrizio Acanfora, Vera Gheno, Antonio Malafarina, sono persone che lavorano su questi temi, mi propongono un’alternativa, me la spiegano per quello che è — sicuramente una soggettività — ma che mi permette una riflessione.
E questo credo sia anche il bello. È molto faticoso stare dentro un mondo come quello della lingua, che è in costante cambiamento. Non possiamo pensare che una lingua non continui a evolvere nel tempo.
Dall’altra parte, però, ci sono pochi strumenti per informarsi su come evolve. Sicuramente la relazione diretta con le persone con disabilità, con i mondi dell’accessibilità e con chi sviluppa studi su questi temi è molto utile per un aggiornamento costante. Ma non è che la formazione funziona così: “da oggi non si dice più non vedente”. Io posso dare delle possibilità, delle chiavi di lettura. Poi, come persona, come gruppo di lavoro, come società, si sceglie da che parte andare, purché ci sia una spiegazione logica dietro.
Faccio un esempio: l’icona dell’accessibilità. Io ne conosco tre. C’è quella della persona su sedia a ruote statica, quella della persona su sedia a ruote in movimento e quella dell’uomo vitruviano con braccia e gambe aperte. Sono tre icone che rappresentano la stessa cosa, ma raccontano tre storie diverse. Io ti do l’opportunità e ti racconto le storie che ci sono dietro; poi sei tu a scegliere da che punto partire.
Molte persone chiedono: “Perché non c’è un bacino da cui attingere?”. Ma anche lì, purtroppo o per fortuna, tutto nasce dal pensiero di qualcuno o di qualcuna. Mio padre, ad esempio, si definisce una persona non vedente; io invece dico persona cieca, perché per me è corretto. È difficile dire cosa sia giusto o sbagliato. Mio padre continuerà a usare non vedente, io cieco, e chi ascolta sentirà entrambe le cose e si chiederà cosa fare.»