Nella valigia non serve niente è un libro nato da una ricerca partecipata realizzata nel 2024 sul tema della violenza di genere. La ricerca ha esplorato diversi ambiti, con particolare attenzione agli esiti dei percorsi di fuoriuscita dalla violenza. I dati ufficiali, raccolti da diversi soggetti che si occupano di violenza di genere, si concentrano soprattutto sulle forme della violenza e sulle caratteristiche del soggetto maltrattante. Quando parlano dei percorsi delle donne lo fanno concentrandosi sulla condizione abitativa, su quella lavorativa, sui rapporti con il maltrattante. Quello che i dati non raccontano sono le esperienze personali delle donne, le loro emozioni e i loro desideri. Da qui è nata la volontà di mettere al centro le donne, chiedendo a loro come stanno davvero e come immaginano i loro percorsi di fuoriuscita dalla violenza.
Abbiamo lavorato seguendo due premesse principali. La prima: coinvolgere gruppi di supporto che esistevano già e avevano percorsi già avviati, evitando di creare un gruppo ad hoc solo per la ricerca, così da consentire al gruppo di continuare a prendersi cura di sé anche dopo il nostro intervento. La seconda: garantire alle donne la possibilità di partecipare solo se lo avessero ritenuto opportuno, lasciando loro la libertà di non prendere parte al progetto. Le ricercatrici hanno scelto di non essere presenti nel momento della proposta del progetto da parte delle operatrici che seguono i gruppi, così da lasciare piena libertà alle donne di scegliere se partecipare.
Abbiamo coinvolto due gruppi di supporto: il centro antiviolenza Donne Insieme Contro la Violenza (associazione omonima, Pieve Emanuele) e il centro antiviolenza V.I.O.L.A. Adda Martesana (Fondazione Somaschi, Melzo). Le modalità degli incontri sono state concordate con ciascun gruppo e hanno rispettato le loro caratteristiche e modalità di incontro.
Per approfondire abbiamo intervistato Laura Boschetti, che ha accompagnato e guidato il percorso. Sono state coinvolte nelle attività anche Camilla Pin Montagnana e Rosy Nocera.
La progettazione dei laboratori è stata fatta insieme ai centri antiviolenza e alle facilitatrici dei due gruppi. Era fondamentale che la ricerca non rappresentasse un momento di dolori, non risvegliasse frustrazione e sentimenti negativi e non facesse sentire le donne obbligate a raccontare la loro storia. Per questo abbiamo chiesto a ognuna di loro di immaginare una donna che vuole uscire da una situazione di violenza. Per ispirarci e immaginare questa donna abbiamo usato alcune immagini tratte dalle carte Dixit. Insieme abbiamo provato a costruire il percorso migliore che avremmo voluto per lei e ci siamo chieste: Cosa mettiamo nella sua valigia? Chi vogliamo con lei? Quali servizi potrebbero aiutarla? Come vorremmo ritrovarla alla fine del suo viaggio? Che messaggi vogliamo mandarle?
Nella valigia non serve niente
Prima di tutto, per tutelarle. Per questo abbiamo pensato a delle domande che permettessero loro di parlare in quanto donne, non come donne che hanno vissuto una situazione di violenza. La scelta è stata proprio quella di lavorare sull’immaginario, per proiettare la riflessione fuori da loro stesse.
Chiaramente, si riconoscevano nella donna che immaginavano, ma questa distanza permetteva loro, da una parte, di proteggersi, e dall’altra di discutere tra di loro e riflettere sulle scelte che ciascuna aveva fatto.
Per questo abbiamo pensato di incoraggiarle a immaginare questa donna come un personaggio in un viaggio. In questo modo sono emersi anche altri aspetti, più metaforici e introspettivi. Quando ci siamo chieste insieme cosa mettere nella valigia per questo viaggio, è emerso che nella valigia non serve niente, anche perché ogni oggetto può ricordarle la violenza che ha vissuto.

Tutti questi aspetti hanno però un legame molto forte con i servizi. Ci sono delle risorse a disposizione per supportare le donne nella ricerca di una casa o di un lavoro, ma perché non immaginare anche un bonus “mobili nuovi per la casa”? Questo potrebbe essere importante specie nelle situazioni in cui è il maltrattante a essere allontanato e le donne, con i loro figli o le loro figlie, possono restare nella propria abitazione, dove il vetro della credenza può risvegliare ogni giorno il ricordo di come è stato rotto.
Una ricerca partecipata
Per noi la sfida è stata fare in modo che questo lavoro di co-ricerca lo fosse veramente, e non fosse solo qualcosa da dire retoricamente. Ci siamo chieste molte volte come restituire il lavoro alle donne, rimanendo il più possibile fedeli alle loro parole e facendo in modo che questa restituzione fosse davvero condivisa.
Nella divisione dei compiti all’interno del nostro gruppo di lavoro io ho curato la conduzione dei laboratori con le donne. Ho lavorato usando i post-it e facendo le domande alle donne in gruppo. Io le ascoltavo parlare e confrontarsi a partire dal mio stimolo e, man mano, componevo sul muro i post-it con le loro risposte, che scrivevo praticamente in modo letterale. Poi, quando ho iniziato a lavorare sulle loro risposte, mi sono accorta che emergevano dei temi ricorrenti, anche incrociando le risposte dei due gruppi. Così, invece di organizzare le risposte secondo le domande, le ho raggruppate in base ai temi che suscitavano.
Le loro parole: dalla ricerca partecipata al libro per tutte
Nel nostro gruppo di ricerca ha fatto parte Camilla Pin Montagnana, la collega che a Codici si occupa di comunicazione e art direction, e, insieme, ci siamo immaginate un piccolo libro.
Quando i due gruppi hanno visto questo libro e si sono ritrovate in questa forma, ci hanno chiesto di realizzarlo davvero.
E così è nata questa avventura. Abbiamo coinvolto Caterina di Paolo, che ci ha aiutato a trasformare le parole delle donne che hanno partecipato ai laboratori in spunti, inviti e attività rivolti a tutte le altre donne, ma anche in altre cose da fare, perché ognuna di noi ha il suo percorso da fare per liberarsi dalla violenza e dagli stereotipi di genere. Anche la parte grafica del progetto nasce dalla condivisione tra Caterina e le donne coinvolte: durante un laboratorio artistico abbiamo lavorato tutte insieme, guidate da Caterina, con la tecnica del collage per costruire insieme l’immaginario del libro.
Certo, il taccuino si rivolge volutamente alle donne, ma allo stesso tempo restituisce chiaramente alcune criticità dei servizi. Per esempio, quando pone l’attenzione sulle parole si riferisce alle parole che una donna non dovrebbe sentire, e che spesso anche i servizi pronunciano, e alle domande che vengono fatte loro durante i processi.

Abbiamo anche fatto un lavoro di restituzione con le reti antiviolenza coinvolte nel progetto per portare loro lo sguardo delle donne. I due gruppi vorrebbero una rete “senza buchi”, capace di sostenere completamente le donne nei loro percorsi, senza perdere niente.
Le donne sottolineavano inoltre che non ci sono solo loro, ci sono anche i loro figli e le loro figlie. Quando ci si prende cura del percorso di una donna, bisogna prendersi cura anche del percorso dei suoi figli e delle sue figlie.
Sì, e abbiamo anche chiesto alle donne che adesso fanno parte di uno dei gruppi, ma che non avevano partecipato ai laboratori, se volessero comparire come autrici. In questo modo il libro rappresenta anche un tratto di connessione tra quei gruppi e le donne che sono entrate a far parte del progetto in un momento successivo.
Poi, se guardate all’interno del libro, ci sono anche degli scontrini di un supermercato di Rozzano. È molto bello, perché in questo modo il libro trasmette, in modo così forte, anche la provenienza geografica di quel progetto.
Per quanto riguarda le trasferte, nel tour di presentazione ci saranno almeno due donne con noi per ogni presentazione. Durante la data di Milano, saranno presenti tutte le donne coinvolte.
Sì, sì, era una delle loro richieste che il libro potesse arrivare ad altre donne. È anche per questo motivo che abbiamo ragionato sulla forma del taccuino.
Abbiamo voluto che fosse piccolo, così da poterlo tenere sempre in borsa, con l’idea che potesse accompagnare sia i lavori di gruppo sia i percorsi individuali. Doveva essere uno strumento versatile: facilitare le conversazioni, ma anche poter essere usato in autonomia da chi lo acquistava. Ci tenevamo che andasse in vendita, ma soprattutto volevamo che parlasse a tutte le donne, senza essere tecnico.
Attraverso Settenove, entrerà a far parte del progetto i Rifugi, un circuito nazionale di librerie e biblioteche formate sul tema della violenza di genere, pensato per offrire informazioni e un primo supporto in caso di necessità. Queste librerie e biblioteche permetteranno la distribuzione del taccuino alle case rifugio dei loro territori, con le quali sono connesse proprio grazie al progetto i Rifugi.
Speriamo che il nostro taccuino faccia sentire le donne meno sole. Ci piacerebbe che il taccuino accompagni le donne nella decisione di prendere la famosa valigia. Ci piacerebbe però anche che faccia loro compagnia nella lunga fase che serve a prendere consapevolezza di ciò che si sta vivendo. Per questo ci siamo immaginate che possa essere utile anche per le donne all’inizio del loro percorso, quando iniziano a riflettere su loro stesse.
In generale, lo abbiamo pensato per tutte le donne, perché ognuna compie un percorso di fuoriuscita dalla violenza, e questo ci accomuna tutte.
Per lo stesso motivo nel taccuino non c’è alcuna distinzione di ruolo o di appartenenza tra le autrici.
Grazie
Ecco tutte le autrici del taccuino
Adele Li Greci, Alice, Camilla Pin Montagnana, Caterina Di Paolo, Cinzia Venturini, Emanuela Posa, Gabriella Mattiazzi, Giovanna Traviglia, I.G., Kamo, Laura Boschetti, Marianna Giannotta, Marianna Mauro, Mara Russo, Paola Banfi, Rita Giannotti, Rosy Nocera, Sara Belloli, Sara Genny Chinnici
Nella valigia non serve niente nasce da una ricerca partecipata condotta nel 2024 nell’ambito di un incarico di valutazione commissionato da ATS Città Metropolitana di Milano. Il libro è a cura di Codici e Caterina Di Paolo, pubblicato da Settenove.
Intervista a cura dell’équipe di codici404: Arianna Bianchi, Umberto Biscaglia, Lorenzo Scalchi, Michelle Sit Aboha
Scegliamo di utilizzare il termine “violenza di genere” perché ci permette di riconoscere che i meccanismi della violenza possono manifestarsi in molte forme di relazione. Pensiamo questo concetto in modo ampio, capace di includere diversi meccanismi della violenza fondati su rapporti di potere — tra cui quelli che riguardano, ad esempio, persone in transizione, non binarie o situazioni di abuso verso bambine, bambini e persone in crescita.
In questo senso, il nostro quaderno rifugio vuole essere uno strumento aperto. Può essere utilizzato da chiunque desideri riflettere sulle proprie relazioni, sui propri vissuti e sui propri percorsi per liberarsi dalla violenza e dagli stereotipi.