Dal 2019 Codici promuove il racconto e la condivisione di pratiche e ricerche come strumenti per generare confronto, cambiamento e conoscenza. La call di quest’anno, “Complicare è facile“, si concentra sul tema della comunicazione accessibile e inclusiva. In questa intervista, la ricercatrice Valentina Saffioti e il ricercatore Lorenzo Scalchi raccontano il percorso che ha portato alla costruzione della call, ripercorrendone tutte le fasi: dalla formazione a cura di Associazione Fedora, alla scrittura dei testi, fino alla pubblicazione finale.
«Quando penso alla parola accessibilità a Milano e per non parlare a nome di altre persone, vorrei partire dalla mia esperienza personale. Nell’ultimo periodo c’è un aspetto che mi ha messo in difficoltà: i rumori della città. Se una persona è stanca, sovraccarica di pensieri, o ha disabilità intellettive e sensoriali, anche spostarsi da un punto all’altro può risultare complesso.»
— Valentina S.
«Mi viene in mente l’area metropolitana che circonda Milano, dove la densità abitativa è alta e le strade sono strette, con marciapiedi limitati. In questi contesti, muoversi con una sedia a ruote è difficilissimo. Sarebbe interessante capire quante persone sono costrette a trasferirsi proprio per ragioni legate all’accessibilità.»
— Lorenzo S.
«I temi delle call nascono da confronti tra le persone di Codici: si cerca di capire quali sono gli argomenti importanti e attuali su cui esprimersi pubblicamente. Uno degli obiettivi della call è supportare e amplificare le esperienze e le voci di chi fa ricerca o di persone impegnate in esperienze di cambiamento sociale.
Uno degli interessi di Codici emersi in questo processo interno riguardava l’importanza di riflettere su come adottare linguaggi accessibili e inclusivi. Riteniamo importante capire come comunicare meglio: in modo chiaro e cercando di non rafforzare pregiudizi o disuguaglianze attraverso le parole, le immagini o altri strumenti che utilizziamo.
Ad esempio, ci siamo rese e resi conto che non avevamo mai riflettuto davvero sull’accessibilità dei documenti necessari per candidarsi alla call di Codici e, quindi, su chi rimanesse esclusa o escluso a priori.
Il nostro modo di comunicare nasce da riflessioni iniziate prima della formazione con Associazione Fedora e continuate anche dopo. Per noi, le scelte comunicative rappresentano il modo in cui la cooperativa si relaziona con il mondo. Con la formazione di Associazione Fedora, abbiamo compreso ancora più intensamente come fosse necessario riflettere su quali barriere si potessero ridurre: barriere linguistiche, visive, culturali, fisiche.
Questo è un tema che non riguarda solo le call di Codici, ma anche molti progetti e ricerche che stiamo realizzando. Facciamo fatica a realizzare cambiamento se il modo in cui scriviamo, parliamo, comunichiamo impedisce una reale partecipazione delle persone, senza che esse possano sceglierlo. Se le persone non possono accedere ai contesti in cui il cambiamento avviene, allora è un cambiamento di élite e non un cambiamento sociale.»
— Lorenzo S.
«La formazione ha preceduto la scrittura dei testi e la progettazione degli strumenti della call.
Si è svolta online a partire dall’estate. In una prima fase abbiamo esplorato il tema dell’accessibilità. Successivamente siamo passate e passati a un piano più concreto e operativo: quali attenzioni adottare per comunicare in modo accessibile. Abbiamo lavorato sulla scrittura dei testi della call, avvicinandoci al linguaggio facile, una lingua che facilita la comprensione e la leggibilità per tutte le persone. È stato un primo tentativo anche per noi: un vero e proprio esercizio di apprendimento. Ci siamo poi concentrate e concentrati anche sulla parte grafica, interrogandoci su font, icone e scelte visive.
Dopo questo primo percorso, a inizio 2026, abbiamo deciso di estendere la formazione con Associazione Fedora anche al resto della cooperativa. Abbiamo quindi sondato e verificato quanto la cooperativa sia accessibile per tutte e tutti, suddividendoci in gruppi.
Un gruppo si è occupato dell’accessibilità degli spazi, quindi dell’ufficio ma anche del percorso dalla metro all’ufficio. L’obiettivo era molto pratico: raccogliere informazioni da rendere poi disponibili, ad esempio sul sito o nelle comunicazioni relative agli appuntamenti in presenza.
Un altro gruppo si è concentrato sugli strumenti di comunicazione, non solo quelli esterni ma anche quelli legati ai progetti, come carte, opuscoli e materiali già realizzati nell’ambito di alcune attività. Questi materiali sono stati analizzati in modo critico, chiedendoci ad esempio: potevamo scrivere in modo diverso? Usare un font differente? Gestire meglio il grassetto? Il testo è troppo piccolo o troppo grande?
Un terzo gruppo ha invece utilizzato il kit di Tecla, esito di un progetto sull’accessibilità dei prodotti culturali a cui Codici e Associazione Fedora avevano collaborato. Attraverso questo strumento abbiamo potuto sperimentare in modo più pratico alcune modalità di valutazione dell’accessibilità.»
— Valentina S.
«Un aspetto su cui ho riflettuto riguarda l’importanza del modo in cui le persone e le comunità scelgono di autorappresentarsi. Ad esempio, alcune persone sorde preferiscono definirsi “persone sorde” piuttosto che “persone con sordità”, perché la sordità è parte della loro identità. Questo mi ha fatto riflettere su quanto sia importante rispettare queste scelte, evitando di utilizzare etichette in modo automatico o non consapevole.»
— Valentina S.
«Mi ritrovo molto sull’importanza del confronto con persone che ragionano sulla propria condizione. Abbiamo già collaborato con gruppi che riflettono sulle condizioni di disabilità che vivono e su cosa fare per poter contribuire al cambiamento. Per questa call, abbiamo deciso di collaborare con un gruppo di controllo formato da ragazze e ragazzi che vivono condizioni di disabilità intellettiva. Il gruppo è coordinato da Anffas Milano, associazione di famiglie e persone con disabilità intellettiva e disturbi del neurosviluppo. Il lavoro del gruppo consiste nel revisionare testi scritti, cercando di garantire il rispetto dei principi del linguaggio facile.
Questo ci ha portato a interrogarci su se, e in che misura, la call dovesse essere rivolta principalmente a persone che hanno vissuto condizioni di isolamento o esclusione sociale. Alla fine abbiamo scelto di non rivolgerci a gruppi di persone specifici, perché la call è sempre stata pensata come uno strumento il più aperto e universale possibile.
Tuttavia, questo resta un tema ancora in discussione. Da un lato ci chiediamo se sia davvero universale; dall’altro, se indirizzarla a gruppi di persone specifici significhi continuare a riprodurre discriminazioni e a creare differenze.»
— Lorenzo S.
«La lingua facile (o linguaggio facile) è pensata per rendere la comunicazione accessibile a tutte e tutti, indipendentemente dalle loro competenze linguistiche o dal loro livello cognitivo. Per la scrittura del bando della call, abbiamo capito che le linee guida di Anffas, che definiscono cos’è e cosa non è lingua facile, sarebbero state difficili da seguire in modo preciso.
È stato comunque estremamente utile provarci e usarle come orizzonte, insieme al Nuovo vocabolario di base della lingua italiana di Tullio De Mauro, consigliato da Ginevra di Associazione Fedora. Abbiamo riconosciuto che il lavoro è stato un importante esercizio di semplificazione del linguaggio e un cambiamento significativo nel nostro modo di scrivere.»
— Lorenzo S.
«Scrivere in modo chiaro, lineare e semplice richiede un lavoro di decostruzione del linguaggio, che passa attraverso l’esercizio e la pratica costante. Abbiamo visto che, con il tempo, questo tipo di scrittura diventa sempre più spontaneo, ma inizialmente richiede uno sforzo significativo, perché implica quasi uno scardinamento del proprio modo abituale di scrivere.
Si tratta quindi di un processo che richiede tempo: per arrivare a un linguaggio facile sarebbe stato necessario un esercizio continuativo, per mesi. Parallelamente, però, per noi restavano aperte alcune questioni di stile e di posizionamento che non riuscivamo a esprimere utilizzando la lingua facile.
Il passaggio al linguaggio facile, infatti, avrebbe in parte semplificato anche alcune riflessioni che per noi sono ancora in corso, riducendo la possibilità di continuare a elaborarle e approfondirle. Ad esempio, l’uso della schwa o dell’asterisco non è accessibile per le persone che utilizzano screen reader, allo stesso tempo per noi è importante non utilizzare un linguaggio che riproduca il binarismo di genere.»
— Valentina S.
«Si tratta di una presa di consapevolezza: attraverso la lingua si riproducono gli stessi sistemi di potere che poi generano molte delle criticità che i servizi si trovano a gestire. Partire dalla lingua significa intervenire su questi meccanismi, provando a riequilibrare gerarchie che contribuiscono all’esclusione e alla marginalizzazione delle persone.
Essere consapevoli del fatto che la lingua non solo riflette, ma anche produce e attiva sistemi di oppressione — in un circolo continuo di scambio — permette di orientare diversamente il proprio lavoro.
In questo senso, lavorare sulla lingua significa avvicinarsi a una forma di giustizia sociale: rendere il linguaggio più accessibile vuol dire intervenire su uno dei livelli attraverso cui si costruiscono le disuguaglianze, e quindi anche sulle modalità con cui si lavora con le persone.»
— Valentina S.
«Le organizzazioni possono trovare la modalità di formazione più adatta alle proprie esigenze. In questo senso una formazione di questo tipo può essere utile per avviare riflessioni. Ad esempio, per chi fa intervento sociale, è importante capire se come organizzazione stiamo favorendo od ostacolando la partecipazione di alcuni gruppi di persone, anche attraverso i linguaggi che usiamo. Questo permette di mettere in discussione alcune espressioni ricorrenti e su cui si riflette poco. Per me un esempio riguarda l’espressione dare voce: si dice spesso “diamo voce a queste o a quelle persone”. Tuttavia, questa formulazione si focalizza sull’azione, a volte positiva, di chi dà la possibilità di esprimersi. Invece, la voce esiste già.
In questo senso, una formazione di questo tipo può funzionare anche come uno specchio: uno strumento per osservare più da vicino il proprio modo di lavorare e di posizionarsi.»
— Lorenzo S.