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Una chiave del bagno tutta per me

  • Data
    Maggio 2020

Fin da quando è iniziata la quarantena, ci siamo chiesti quale pensiero potesse avere Codici su quello che sta succedendo. Abbiamo iniziato a condividere racconti della nostra dimensione più privata. Tutte e tutti a Codici, stiamo vivendo condizioni molto diverse e abbiamo sensibilità differenti. Tra noi c’è chi trascorre la quarantena in solitaria, chi con il proprio o la propria partner e chi con uno o più bambini piccoli. Sono vite, tempi, spazi e bisogni, quelli dei bambini e delle bambine, in cui è arrivata la notizia del virus e le conseguenze delle misure di quarantena e distanziamento, che si intrecciano alle vite, ai tempi e ai bisogni delle loro genitori. Le storie che seguono ci raccontano cosa si vede da lì, dentro case attraversate da stupori e paure, giochi e scoperte, porte che si vorrebbe poter chiudere e tempo ristretto o ritrovato.
I racconti hanno mosso i loro passi a partire da alcuni interrogativi che la redazione della rivista codici404 ha voluto porre per stimolare il pensiero e accompagnare la scrittura di chi ha voluto raccontarsi. Si è chiesto di descrivere sé e la propria famiglia, di pensare agli aspetti positivi e negativi di questo periodo trascorso in quarantena, di raccontare aneddoti legati alle parole tempo, silenzio, spazio, cambiamento, paura, di dirci di qualcosa che i propri figli e le proprie figlie hanno imparato. Di parlare di sé come genitore e come socio/a di Codici, di raccontarci su quali risorse si fa affidamento e di cosa, invece, si avrebbe bisogno, per affrontare questi tempi inaspettati.


Una chiave del bagno tutta per me
Cecilia Pennati

Noi – sappiamo benissimo cosa non siamo, molto meno cosa siamo.
Eccoci qui, quattro vite stipate e strizzate da due mesi in un trilocale al piano terra di una viuzza di case un tempo colorate e ora ingrigite dall’inquinamento milanese, in quella zona di confine tra Piola e Loreto, che non è ancora Città Studi, ma non è neanche NoLo o via Padova o Casoretto. Insomma, come spesso accade, sappiamo benissimo cosa non siamo, molto meno cosa siamo.
Io, ricercatrice sociale a tempo pieno, oltre che nei ritagli, inesistenti, di tempo quasi-artigiana del riciclo senza né arte né part-ita iva, ma sempre con tante idee in testa e sogni grandiosi.
Il papà, operatore grafico televisivo a tempo pieno, credo che se esistesse una competizione vincerebbe a mani basse il premio per l’uomo più tranquillo del mondo.
Il figlio grande, così grande che ha appena compiuto ben cinque anni: abbiamo organizzato una merenda di compleanno su Zoom coi nonni e i cugini di cui è stato entusiasta. Gli invitati un po’ meno, visto che hanno passato la festa a guardarci mangiare la torta attraverso i loro schermi.
Il piccoletto di casa – detto il terremoto – quasi tre anni di forza esplosiva e show da cabarettista.

Il giardinetto – la finestra sul mondo
Quando mi sono trasferita a vivere in questa casa, migrata per amore da un grande condominio di Milano Ovest, mi sembrava di vivere in un paese, con le vicine che chiacchieravano tra loro dai balconi e la netta sensazione che tutti sapessero chi fossi, cosa facessi e quale fosse il mio scooter. Dopo quasi dieci anni mi sono abituata alla perdita del totale anonimato che Milano può regalare (o a cui può condannarti?) e in questi giorni di reclusione forzata la chiacchiera dal balcone è diventata una boccata d’aria fresca.
Tutte le case della via hanno dei giardinetti interni privati, di solito proprietà degli appartamenti al pian terreno, ma noi no: il nostro giardinetto privato, sul quale si affaccia la camera dei bimbi, è di proprietà dell’appartamento al primo piano e noi – io e i bambini, perché l’uomo più tranquillo del mondo ha accettato la cosa dopo pochi minuti dall’ingresso in casa – passiamo tutto l’anno a guardarlo e a sognare un giorno (il famoso giorno del mai) in cui compreremo quel giardino ai vicini e potremo farci mirabolanti attività.
E proprio a quel giardino è legata una delle scoperte positive della nostra quarantena: i nostri vicini, una coppia con un ragazzino che frequenta le scuole medie, a inizio epidemia hanno messo a disposizione di tutta la casa il loro giardinetto, ovviamente stabilendo dei turni di utilizzo per evitare di incontrarsi.
Penso si possa immaginare la gioia legata al poter uscire ogni tanto a farsi baciare dal sole e al sapere di avere un posto dove far correre e giocare all’aperto i bimbi, soprattutto visto quanto le loro esigenze son state ignorate da tutti i provvedimenti presi dalle istituzioni in questi mesi. Dal giardino inoltre possiamo salutare, se siamo fortunati, ben due diversi amici dei giardini che quando siamo fuori si affacciano ai loro balconi a chiacchierare coi bimbi. Il giardino è diventato la nostra finestra sul mondo; luogo di socialità a distanza, di sfogo fisico e di accumulo di vitamina D.
Ma ciò che mi ha riempito il cuore è stato il gesto in sé, per nulla scontato, fatto da due persone che, sebbene in un quadro di buoni rapporti di vicinato, sono dei quasi perfetti estranei. Non sono sicura che loro comprendano appieno l’enorme regalo che ci hanno fatto, ma mi stupisce il fatto che siano stati così generosi, reattivi e resilienti già nei primi giorni di quarantena.

I bambini – li ho scoperti più grandi e capaci
Un’altra cosa che amo di questi giorni, forse più scontata e melensa, è che mi sembra di star imparando a conoscere nuovamente i miei figli, che in questi mesi sono così cambiati: osservandoli, guardandoli giocare tra loro e giocando con loro, ascoltando il loro continuo chiacchiericcio, ho scoperto mille loro competenze e abilità di cui non avevo idea. Li ho scoperti più grandi e più capaci, ho scoperto che conoscono modi di dire, canzoni e filastrocche che non sapevo, che il grande ha imparato a camminare seguendo una riga dritta e a stare in equilibrio su un piede solo e che il piccolo sa fare le capriole.
Per non parlare delle cose che stanno imparando grazie a questa situazione: giocano insieme, tantissimo, come non hanno mai fatto, e litigano tra loro, tantissimo, ma ogni tanto riescono anche a risolversela da soli. Fanno moltissimi giochi simbolici e di fantasia, ogni giorno si trasformano in pirati, Peter Pan, indiani, ortaggi vari appartenenti alla storia di Cipollino, pompieri, dottori. Non hanno mai giocato così tanto insieme e soprattutto in autonomia. Passano ore ad ascoltare audiolibri, la parola videochiamata è entrata a far parte del loro lessico quotidiano e si fanno delle call su Skype coi nonni di ore, facendosi raccontare fiabe senza fine.
Insomma, mi sembra di essermi riappropriata un po’ del bello dell’avere dei figli: il vederli crescere e diventare altro da te e dalle tue aspettative. Questo non cancella affatto la fatica gigantesca di aver due piccoli mostriciattoli sempre intorno, 24 ore su 24, né il senso di esasperazione e di claustrofobia dati dal sentire pronunciare la parola mamma un numero di volte al giorno che dovrebbe essere proibito per legge, ma sicuramente gli dà almeno un senso.

A quale velocità andavamo tutti quanti?
Dall’altro lato mi sto trovando spesso a riflettere su come era prima la mia relazione con loro, dove le loro giornate erano piene di asili, compagni, nonne, babysitter, maestre, psicomotricista, logopedista e in cui la mamma e il papà erano quelle persone che arrivavano a casa alle 7, trafelate, con la testa spesso altrove e che di fatto cucinavano la cena e mettevano a letto (a rigidi turni alternati per garantire l’equa distribuzione di genere del carico di cura). Certo, poi c’era il weekend, ma lì era tutta una bulimia di attività e di relazioni sociali, se non si era organizzato un laboratorio/teatro/lettura/mostra per offrirgli stimoli fantasmagorici e almeno un incontro/cena/pranzo/brunch con una, due, tre o più famiglie di amici, sembrava che il weekend perdesse il suo senso. E così il tempo per godersi la compagnia reciproca, di fatto, scompariva. Ora, a pensarci, mi sembra da pazzi.
In questo tempo sospeso, mi ritrovo a guardare al prima non solo con rimpianto e nostalgia – che c’è, ce n’è a fiumi di nostalgia e rimpianto! – ma anche mettendo in discussione alcuni degli aspetti che più mi facevano sentire viva: la scelta di riprendere il lavoro full-time che negli ultimi mesi mi aveva quasi ubriacata dal senso di libertà e di riappropriazione della mia vita oltre e al di là dei figli, il fornire in modo un po’ ossessivo ai bambini l’occasione di avere sempre stimoli da persone diverse e da attività di più varia natura.
Quando ora li vedo esplorare lo spazio domestico scoprendo e riscoprendo modalità di viverlo differenti e modi sempre nuovi per giocare con gli oggetti e tra di loro, mi sembra davvero incredibile averli così sottovalutati, pensando che fosse necessaria così tanta fatica per riempirli, quando loro avevano e hanno già moltissime frecce al loro arco.
Da madre sono anche molto spaventata al pensiero delle conseguenze che questo periodo potrà avere su di loro e su tutti i loro coetanei a livello di capacità relazionali e crescita psicomotoria e mi sembra assurdo che le riflessioni su questo siano relegate alle riviste specializzate e poco più. Pur sentendomi grata e privilegiata per le condizioni in cui posso passare e far passare ai miei figli questa quarantena che sembra non finire mai, so che anche loro avranno – e in parte già hanno – pesanti ricadute per il periodo che stanno vivendo. Si parla tanto dei bambini in età scolare, mentre degli 0-6enni non si parla praticamente mai, se non quando qualcuno, timidamente, fa notare che ci sarà un problema logistico per i genitori dei bambini di questa fascia d’età alla ripresa del lavoro fuori casa, come se fossero delle costole dei genitori senza bisogni propri.

Una chiave del bagno tutta per me, o per noi?
La convivenza forzata 24 ore su 24 è un altro tema. Sebbene, dividendoli per quattro noi abbiamo circa 20 mq a testa, alla lunga sembrano pochissimi, anche perché, come spesso accade, le ricchezze non sono equamente distribuite e ogni bambino si è appropriato dell’intero appartamento, mentre a te resta il tuo letto, a metà, e ogni tanto, un pezzo di divano. Oltre che, ovviamente, la cucina, che fortuna!
Da un lato, mi sembra di non aver più neanche un angolo dove poter stare in silenzio e da sola. È da settimane che penso disperatamente a dove abbiamo nascosto, anni fa, le chiavi delle porte dei bagni senza riuscire a ricordarmene. Dall’altro, penso che io almeno ogni tanto, con la scusa del lavoro, riesco a defilarmi e chiudere una porta per qualche ora (o dire minuto sarebbe forse più realistico?). Mentre all’uomo più tranquillo del mondo, che ha dovuto ridurre il lavoro più di me, toccano i bambini che gli saltano intorno per la maggior parte del tempo. Perdendo solo occasionalmente la sua flemma e comunque molto meno di quanto farei io. Credo che per noi la condivisione totale di tempo e spazio stia avendo un forte effetto proprio sulla ridefinizione di ruoli e relazioni sia con i bambini che all’interno della coppia.
Spazi limitati e silenzio assente ovviamente impattano anche sulla difficile conciliazione lavoro – vita privata: il vedermi sempre fisicamente presente rende ancora più difficile accettare il fatto che io debba lavorare, dall’altro lato quando mi collego con il mondo esterno mi sembra che tutto continui ad andare a una velocità davvero molto superiore a quella che mi sembra di riuscire a tenere. Con un conseguente senso di frustrazione, dato dall’idea di non essere mai abbastanza: non abbastanza presente come madre e come compagna, non abbastanza reattiva al lavoro. Certo, non è un sentimento nuovo e so che accompagna la gran parte delle mamme lavoratrici, ma mi sembra che in questo periodo si sia acuito più che mai.
Ho letto molte riflessioni sul rischio che il Covid-19 ci rispedisca – come donne, non necessariamente solo come madri – negli anni ‘50 e condivido molte delle paure e riflessioni sul tema. Però, credo anche che sia importante dirsi che esistono situazioni – come la mia, ma non sono affatto un caso isolato e ho presente analoghe storie di amiche, amici, colleghe e colleghi, conoscenti – in cui la famiglia ha messo in campo strategie di fronteggiamento tutt’altro che stereotipate, con un carico di cura di bimbi e casa decisamente sbilanciato sulla parte maschile della coppia, che si sta trovando, per motivi legati alle professioni svolte, con più tempo libero. Certo non è un’operazione indolore, né per le dinamiche di coppia né per le relazioni genitori-figli, ma penso possa essere utile dare voce anche a queste situazioni, per dire che sono più frequenti di quanto si creda e da ricercatrice mi piacerebbe molto aprire piste di ricerca su questo tema. Penso che finché leggeremo sui giornali della protesta delle mamme per i giardinetti dei bambini, per i loro bisogni o per la conciliazione lavoro-cura post quarantena, non faremo altro che riproporre e nutrire stereotipi. Mi piacerebbe che almeno oggi, che siamo tutte e tutti chiusi in casa insieme, si parlasse quantomeno della protesta dei genitori.

E il dopo?

Ovviamente tutto questo porta anche al pensare al dopo e penso che avrò e avremo scelte difficili da compiere: mi piacerebbe pensare che saprò e sapremo prendere le decisioni giuste individualmente, come coppia, come famiglia, come Codici e come società, introducendo cambiamenti là dove servono. Sarebbe bello immaginare di imparare una lezione da tutto ciò. Al momento, se mi guardo intorno, non mi sento molto ottimista a riguardo.
Ma quando penso a tutte le bambine e i bambini invisibili che si ritrovano esclusi dalla didattica a distanza e dalle relazioni sociali coi pari, che non hanno la fortuna di avere una spazio per loro o un luogo all’aperto dove poter passare qualche ora o un computer da usare per comunicare col mondo o i compagni o le maestre, mi appare più che mai urgente un intervento pubblico volto ad attutire le ricadute di tali diseguaglianze sui bambini: che siano centri estivi, asili e scuole nei parchi o qualsiasi altro intervento ci si possa immaginare.
Credo che se davvero si vuole cercare una strada che ci conduca a un dopo diverso e migliore del prima si possa partire da qui: non relegare l’infanzia a mero problema logistico dei genitori lavoratori, ultimo punto della lista dei possibili step per una graduale riapertura.

 


Foto ☉☉Quarzo – Primary Mineral – Smithsonian Open Access

Pirite, Grafite, Marcasite, Calcite, Aragonite e Quarzo sono alcuni tra i minerali accomunati dalla stessa origine: il polimorfismo ricostruttivo. È la reazione che permette la riorganizzazione praticamente completa della struttura cristallina. Questo tipo di trasformazione richiede una grande quantità di energia, non è facilmente reversibile ed è piuttosto lenta. Una metafora di quello che stiamo percependo in questi giorni.
Le immagini vengo dalla Smithsonian Open Access che un mese fa ha resto disponibili 2,8 milioni di immagini e dati in CC0.

Ricerca immagini a cura di Camilla Pin Montagnana

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