Aree di lavoro
  • Genere
  • Inclusione
  • Innovazione
  • Dipendenze
  • Welfare
  • Lavoro
  • Comunità
  • Partecipazione
  • Migrazioni
  • Scuola
  • Giovani

Intervista a Jean

  • Data
    Febbraio 2020

Pubblichiamo il testo dell’intervista di Manuela Cencetti a Jean Diaconescu sulle vicende dell’insediamento informale del Lungo Stura Lazio a Torino. Il testo è parte integrante del percorso di ricerca condotto da Manuela, da Jean e da Stella Iannittu sull’abitare informale, sugli sgomberi forzati e sul razzismo istituzionale a danno della popolazione Rom, a cui abbiamo dato spazio nel numero 2 di codici404. Il progetto è stato finanziato all’interno della nostra call Non solo case, la prima delle call che annualmente proponiamo per sostenere l’ultimo tratto di strada di ricerche di individui, di gruppi o di organizzazioni. Quello che state per leggere è il punto di vista di Jean sulla complessa vicenda dello sgombero del campo del Lungo Stura Lazio: una voce forte e diretta, forse per alcuni scomoda, ma che apre una prospettiva altra sulla vicenda, sollevando interrogativi importanti per chi come noi lavora nel mondo della ricerca, dell’intervento sociale e delle politiche pubbliche.


«Il poliziotto mi diceva di smettere, di dargli i documenti, ma io col telefono ho continuato a registrare, capito? Io non ho mai staccato e ho continuato a registrare. E gli dicevo: “Qual è il problema?”»

Jean, novembre 2015


Jean, perché hai iniziato a filmare con il tuo telefono quello che accadeva nel campo?
Ho iniziato a filmare quando ho visto che nel campo si commettevano molti abusi contro i suoi abitanti.
Quando ho ripreso l’arresto di Aramis ho capito in modo chiarissimo quanto era importante filmare quello che succedeva.
Questo ragazzo era stato identificato già tante volte dagli agenti [Nucleo Nomadi della polizia municipale] perché quella polizia faceva parte del campo, vengono tutti i giorni quelli della municipale a fare controlli nei campi.
Soltanto due giorni prima gli avevano chiesto di nuovo i documenti ma quel giorno il ragazzo non li aveva con sé. Subito dopo i poliziotti avevano messo sulla baracca della sua famiglia il foglio di sequestro dicendo che non potevano più entrare nella baracca e vivere lì. Lui ha chiesto ancora qualche giorno perché non avevano un altro posto dove andare, dove poter dormire, è una situazione terribile non avere più un posto dove vivere. Ha chiesto solo qualche giorno in più per cercare un altro posto e a quel punto l’hanno arrestato perché non aveva i documenti con sé.
Mentre lo arrestavano una poliziotta ha tirato fuori la pistola e l’ha puntata contro le persone presenti.
I bambini si sono spaventati. Nessuno si era avvicinato a loro, nessuno le aveva fatto nulla ma lei ha tirato fuori la pistola e la puntava contro chi era presente.
Dopo l’hanno immobilizzato e messo a terra, gli sono saliti in due sulla schiena, l’altra poliziotta gli ha spruzzato in faccia anche lo spray al peperoncino, si vede chiaramente nel filmato, ci sono i bambini che piangono e si coprono gli occhi per lo spray.
Il ragazzo non ha opposto resistenza e neppure le altre persone del campo che erano lì in quel momento.
Ho iniziato a filmare e ho gridato di filmare anche a quelli che erano vicini a me usando i loro telefoni.
Una poliziotta ha visto che stavo filmando ed era molto arrabbiata ma io ho continuato a filmare anche se a lei non andava bene. Alla fine, quando sono arrivati i rinforzi della polizia municipale e sono arrivati altri agenti, si vede che volevano identificarmi e prendermi il telefono con la forza. Allora ho deciso di chiamare un avvocato pensando che quella storia doveva essere resa pubblica, soprattutto per quelle persone che pensano che la verità sia sempre e solo quello che racconta la polizia.
Mi sono rivolto all’avvocato Vitale e poi ci siamo conosciuti con te e con Stella e abbiamo continuato a filmare tutto quello che succedeva nel campo e tutti gli sgomberi perché volevamo raccontare questa grande storia del campo di Lungo Stura Lazio che stavano distruggendo. Volevamo far vedere come vivono le persone qui, come vengono mandate via.
Solo perché sono povere e non sono andate a scuola pensano di potergli raccontare qualsiasi cosa, mettergli paura e cacciarle senza nessuna conseguenza.

La versione degli altri
La gente di Torino pensa che gli zingari siano persone che rubano, dei criminali, ma la maggior parte della gente non sa come sono messe queste persone, non ha nessuna idea delle loro condizioni di vita. La loro vita è difficile.
Se non si fanno i filmati è sempre la voce del Comune o della polizia ad avere ragione. Se le persone del campo non fanno i filmati non hanno voce.
Di loro si dice che raccontano sempre bugie ma non è vero. Nei campi le persone sono trattate molto male, sono minacciate o insultate. Molte volte le istituzioni si presentano al campo solo per dire che verrà lo sgombero, per mettere paura, per arrestare o per togliere i bambini alle famiglie.
E le persone dei campi non si oppongono perché sanno che la loro voce non vale niente, nessuno prende in considerazione cosa dicono e la maggior parte non conosce la legge o un avvocato, non sa come opporsi a tutti questi comportamenti ingiusti. Li trattano come vogliono e loro stanno zitti.
Ma se racconto come sono andate le cose solo a voce non posso dimostrare chi sbaglia, perché anche le istituzioni a volte sbagliano, no? Allora secondo me filmare è molto importante.
Di minacce ne ho già ricevute tante, ma non ho paura perché non faccio nulla che impedisca la loro attività. Voglio solo far venir fuori la verità, e coi filmati nessuno può obiettare.  Non lo faccio per avere qualche vantaggio o perché sono di parte. Se vedessi commettere un’ingiustizia contro un italiano, un africano o un cinese sarebbe uguale. Lo faccio per un senso di giustizia.

Com’era la vita in Lungo Stura Lazio?
Lungo Stura Lazio era come un piccolo villaggio che si è formato in 15 anni.
Lì sono nati molti bambini e loro sapevano che quello era il loro posto, che lì c’erano le loro case. E sono cresciuti senza avere né luce né acqua corrente, dormendo in baracche autocostruite con materiali vari che le persone riciclavano: porte, lamiere, pezzi di mobili, ferro, finestre, pezzi di legno, teloni impermeabili. Erano baracche che resistevano per tanti anni. Dentro venivano riscaldate con stufe a legna, anche quelle erano auto costruite. Molti sono nati in quelle condizioni e mai nessuno si è interessato alla loro situazione. Nessuno si è mai interessato neppure alle donne che vivevano lì o ai ragazzini giovani di 15-16 anni, alle ragazzine. Nessuno si è mai interessato nemmeno agli uomini che uscivano alle 3 del mattino per andare a cercare qualcosa nei bidoni.
Con quello che trovavano nei bidoni si guadagnavano la vita, per esempio se trovavano le pentole in acciaio le portavano al centro di raccolta oppure trovavano altre cose che poi portavano al Balon*1 per venderle, per avere un po’ di guadagno ogni fine settimana.
Vivere nella baracche è come vivere nel terzo mondo e nel terzo mondo guadagnarsi la vita è molto difficile. Le persone non dovrebbero essere trattate così, come se fossero tutti delinquenti.
Chi viveva nel campo mandava i bambini a scuola ma quelli del Comune e della polizia cercavano lo stesso dei motivi per denunciarli o dargli dei fogli di via dato che non riuscivano a mandarli via in altro modo. Allora, da un certo momento in poi, hanno iniziato a prendere i bambini. Lo fanno da sempre, in tanti campi, quello di prendere i bambini, è una cosa terribile.
Io voglio specificare che i bambini si sentono bene se sono vicino ai loro genitori e non vicino agli assistenti sociali. Perché gli assistenti sociali si devono preoccupare di trovare un modo per portarli a scuola, per esempio mettere un bus come succede in altri posti, i bus passano dappertutto ma non vicino ai campi rom.  Se le assistenti sociali vedono che le famiglie sono in difficoltà possono portare vestiti o da mangiare ma non devono portare via i bambini perché ogni bambino indifferentemente dalla sua situazione, se è povero o se è ricco, si sente bene vicino alla sua famiglia.
Nessun foglietto può togliere un bambino dalla sua famiglia solo perché sono nati zingari. Si sono verificate situazioni molto tragiche di genitori che hanno sempre trattato bene i loro figli ma glieli hanno tolti perché sono poveri, sono “zingari” e allora non sono buoni genitori secondo loro. Ma non è vero. Sembra che tutti devono essere uguali agli assistenti sociali, ma se un nero nasce nero deve rimanere nero, non viene l’assistente sociale e dice:
“Questo è nero ora lo facciamo diventare bianco”
Non è possibile questo. Se quello è zingaro deve rimanere zingaro. Al massimo aiuti le persone a fare la residenza, i documenti, ad avere un medico, un pediatra, la tessera sanitaria. Se hai la residenza magari puoi riuscire ad avere anche un contratto di lavoro. Non è che devono diventare uguali a te. Ognuno è diverso ma non per questo non sono brave persone o bravi genitori.
Quello che è molto chiaro a tutti è che se sei povero possono farti qualsiasi cosa. Le situazioni nei campi sono molto tragiche e le famiglie spesso vivono nel terrore che gli vengano portati via i figli dallo stato senza un motivo ma perché sono “rom”, sono diversi, ma non sono diversi. Vogliono bene ai loro bambini ma vivono in condizioni difficili, sono poveri, a volte sono sfruttati. Ma devi cercare di cambiare le condizioni di vita e di lavoro, non devastare le persone e le loro famiglie, con i loro bambini.
Vorrei anche che fosse chiaro che nei campi non ci sono solo difficoltà, ci divertiamo, facciamo delle feste di matrimonio, di battesimo, di compleanno. Anche se non abbiamo una casa stiamo bene lo stesso, non ci vergogniamo e organizziamo delle belle feste.
In Lungo Stura c’erano anche dei bar dove incontrarsi e parlare, in uno c’era il biliardo.
La gente aveva costruito anche una chiesa e molte persone ci andavano per pregare, era un luogo molto importante per la vita del campo. Alcune volte ci siamo riuniti lì con tutti per parlare e cercare di resistere allo sgombero, al progetto che distruggeva il campo [il progetto “La città possibile”, novembre 2013 – ottobre 2015].

Cosa è successo con il progetto “La città possibile”?
È successa una cosa strana perché di colpo il Comune e le associazioni si sono preoccupate delle persone che vivevano nel campo di Lungo Stura Lazio da così tanti anni. Prima però non gliene fregava niente a nessuno. Se ti importa qualcosa delle persone che vivono lì, delle loro condizioni, non lasci che il campo arrivi ad avere 2500 abitanti*2. Quel posto è rimasto lì per 15 anni, non è che non conoscevano la situazione o quante persone vivevano lì, ma fino a quando non hanno avuto tutti quei soldi del progetto per sgomberare il campo di Lungo Stura Lazio nessuno si è preoccupato di come vivono i “rom”.
Per il Comune quel campo ha rappresentato un interesse per farci soldi sopra, se no perché lasci arrivare la situazione a quel punto? Per guadagnare soldi.
Con quei soldi hanno provocato una tragedia nella tragedia. Non gli è mai fregato nulla di “includere i rom” come era scritto nel progetto.

Puoi spiegarmi meglio come hanno agito nel campo attraverso questo progetto?
Il progetto [“La città possibile”] era una truffa, un gioco che ha messo su il Comune con le organizzazioni.
Loro volevano dimostrare agli italiani che sono capaci di sgomberare quel campo ma quel campo non è stato sgomberato, la maggior parte delle persone buttate per strada si sono solo spostate in via Germagnano o in altri campi qui vicino o in quello che era in Orbassano [il campo di corso Tazzoli, “tollerato” per 13 anni e sgomberato improvvisamente dal Comune il 5 giugno 2018, rispondendo a ragioni di campagna elettorale permanente, in questo caso della giunta comunale a guida 5 Stelle].
In Orbassano c’era stato un incendio e così hanno trovato la scusa per sgomberarli anche da lì. Molte persone si sono spostate di nuovo in via Germagnano e in altri campi.
Queste persone non sono mai andate via dall’Italia*3.
Con il progetto il Comune e le organizzazioni pensavano di far sparire i rom, di mandarli tutti via, o almeno questo era quello che raccontavano ai giornali in quel momento, ma devono capire che queste persone non vanno più via di qua, sono ancora qui in Italia e cercano di migliorare le loro condizioni di vita.
Vivere in Romania è molto difficile, tutta la vita è molto cara là, non si riesce a sopravvivere. Ed è ancora più complicato se hai una famiglia.

Puoi spiegarmi come le varie associazioni e cooperative hanno deciso a chi avrebbero dato una casa tra le migliaia di persone che vivevano nel campo? E a quali condizioni?
Per farli sparire dal campo le associazioni hanno iniziato a promettere le case a tante persone ma poi le hanno date solo a quelli che avevano studiato un po’ di più, che non erano messi troppo male o in difficoltà. Invece quelli che erano meno svegli, che non avevano studiato, quelli che non sanno niente, li hanno messi da parte. Non hanno fatto le cose in modo giusto e non spiegavano bene le cose.
Molta gente del campo non capiva nemmeno cosa stava succedendo quando è iniziato il progetto. C’era tutta questa gente del Comune e delle associazioni che facevano tante promesse e la gente aveva delle speranze, pensavano di poter fare davvero la tessera sanitaria ma niente, non era vero niente.
Il progetto l’hanno fatto solo per sputtanare ancora di più la gente che vive nei campi, per farli andare via da Lungo Stura Lazio e allo stesso tempo per dimostrare che tanto quelli sono zingari ed è impossibile integrarli.
I metodi usati dal Comune e dalle associazioni sono stati pensati per far vedere al resto della popolazione di Torino che la gente rom non può vivere come gli altri, non può stare nelle case. Altrimenti ci pensi prima e non metti una famiglia in un appartamento che all’inizio costa poco e nel giro di pochi mesi si ritrova con un affitto altissimo. Le persone a cui avevano dato una casa all’inizio del progetto dipendevano economicamente dalle associazioni e cooperative che pagavano per qualche mese una parte dei loro affitti. Questo non è un modo di aiutare la gente ma solo di prenderla in giro perché se dipendono completamente dai soldi del progetto appena i soldi finiscono le gente finisce di nuovo per strada.
Se si vogliono davvero aiutare le persone che vivono nel campo non li metti in una casa il cui affitto all’inizio è di 250 euro poi gli affitti sono arrivati a 700, 800, 1000 euro al mese. La gente in questo modo non può sostenere i costi e ha perso subito la casa oppure è stata sfrattata.
Questo è stato un modo di prenderli in giro come succede tutte le volte che qualcuno va al campo a promettere un progetto, a dire che la loro situazione sarà migliore e la gente ci crede. Ma come fai a mettere delle persone in case che poi raggiungono affitti così alti? Lo sai che sarà un disastro. Come fanno le persone che ci vivono a pagare anche le utenze, le spese e il mangiare?
La gente in questo modo ha perso subito la casa e, non avendo più la baracca in Lungo Stura perché nel frattempo era stata distrutta, è stata costretta a costruirsene un’altra in un altro campo. Ma ti sembra un modo di includere le persone “rom” come dicono? Ti sembra un modo serio di trattarle?

Le persone che erano state messe nelle case per qualche tempo hanno avuto almeno la residenza e i documenti?
Pochissime famiglie di Lungo Stura Lazio sono state scelte dalle associazioni e sono state messe in case dove hanno vissuto qualche mese, o un anno, fino ad un massimo di due anni. In tutto questo un’altra fregatura per loro sono stati i documenti e la residenza che è stata negata.
Il Comune non ha fatto la residenza a nessuno di questi che sono riusciti ad avere una casa almeno per un po’.
Perché il Comune da’ una casa e dopo non permette a quelle persone di fare la residenza?
È stato un altro metodo che hanno usato per negare ogni diritto e così quei pochi che sono stati nelle case per qualche tempo di fatto si sono ritrovati nella stessa situazione vissuta nel campo e cioé senza residenza, senza uno straccio di documenti, senza carta di indentità e senza tessera sanitaria. Erano ancora una volta “abusivi”, come dicono quelli del Comune a chi vive nei campi.
Il loro piano era chiarissimo, senza residenza il Comune se ne può fregare delle famiglie. Senza residenza e senza tessera sanitaria sei semplicemente uno straniero. Sempre. Ma la gente vive qui da 15, 20 anni e ci vivrà sempre, non è che sparisce. I giovani sono nati qui e questa è casa loro.

Nel progetto c’era scritto che chi firmava i “patti di emersione”*4 doveva impegnarsi a seguire percorsi formativi, tirocini, cercare un lavoro. Cosa è stato fatto?
Anche per quello che riguarda il lavoro hanno fregato la gente.
Le persone del campo per avere una casa erano costrette a firmare i documenti delle associazioni [patti di emersione] e dovevano rinunciare ai lavori che già facevano prima, aspettare che il Comune o le associazioni gli trovassero un altro lavoro in prova ma il lavoro non è mai arrivato, hanno fatto solo poche ore pagate o dei tirocini ma sono pochissimi quelli che hanno un lavoro. E alcuni il lavoro se l’erano trovato già da soli prima del progetto.
La gente anche se era in una casa non aveva la residenza e così se si metteva a cercare un lavoro non poteva dire l’indirizzo dove viveva perché non aveva la residenza. Ma se tu cerchi un lavoro e dici che vivi in un campo rom ti mandano via subito. Alla gente viene subito paura a sentire che vivi in un campo.
Secondo me la gente del Comune e del progetto abusa delle persone che vivono nei campi, ne approfitta e non cambia nulla. Per me quello che il Comune e le cooperative hanno fatto con i soldi del progetto è stata una truffa a danno delle persone rom e dei soldi dello stato.

Mi racconti degli sgomberi più grandi del 2015? Del 26 febbraio e di ottobre 2015?
Il 26 febbraio la gente mi ha chiamato per telefono alle 5 di mattino. Erano terrorizzati perché nel campo c’erano almeno 200 agenti tutti vestiti da antisommossa. C’erano mezzi e agenti da tutte le parti. La gente stava ancora dormendo quando sono entrati di sorpresa nel campo e hanno occupato tutte le strade di accesso. Con tutti quei poliziotti nessuno aveva il coraggio di filmare e far vedere quello che stava succedendo nel campo. Appena sono entrato nel campo ho visto che prendevano un cane e lo portavano al canile perché si erano preoccupati più per il cane che per le persone.
C’è stato un altro sgombero grandissimo il 19 ottobre 2015 e ho fatto tanti filmati anche quel giorno. Quella mattina sono entrato e ho visto che quelli del canile prendevano altri cani e cercavano un gatto poi 50 metri più avanti ho incontrato una madre con in braccio un bambino di tre mesi. Era una giornata freddissima ed erano stati buttati fuori dalla loro baracca, tremavano per il freddo. Ho chiesto ad un poliziotto che era lì come riusciva a stare tranquillo a prendersi cura di un cane mentre lasciavano il bambino al freddo per la strada. Ha risposto in modo vago, come al solito.
Ho fatto la stessa domanda ad un poliziotto in borghese. Nessuna risposta. Anzi per tutta risposta due agenti della municipale hanno iniziato a filmarmi e mi sono stati sempre addosso.
Dopo qualche minuto è tornato il poliziotto in borghese e ha detto che aveva fatto una telefonata e trovato un posto al bambino e alla madre. Ma dovevo chiederlo io?
A quel punto gli ho chiesto se fosse giusto separare una famiglia lasciando il padre a dormire nell’erba o sotto i ponti. Dopo poco si è ripresentato lo stesso poliziotto dicendomi che la struttura avrebbe accolto anche il padre.
Senza il mio intervento nessuno si sarebbe occupato di quella situazione tragica. A quelli del Comune non importava dove sarebbero andati perché se ne fregano degli esseri umani. Quei genitori erano giovanissimi, volevano rimanere uniti ma non conoscevano bene la lingua ed erano talmente spaventati da non riuscire a parlare.
Ho chiesto quanto potevano stare in quella struttura, hanno risposto che non lo sapevano. È tutto fatto a caso, non si dà uno straccio di certezza, non trattano le persone come si deve, con dignità.
Con i rom si comportano sempre così, per forza poi non credono più nelle istituzioni.
Ma anche quella volta hanno fatto solo teatro, la verità è che quella soluzione per la famiglia era solo perché stavo filmando, sennò facevano brutta figura.

Era possibile per i media entrare nel campo durante gli sgomberi?
No. Era pieno di poliziotti che facevano dei cordoni. Non lasciavano entrare e non lasciavano uscire nessuno. C’erano molti video operatori  ma rimanevano all’esterno, non potevano filmare niente.
Una troupe televisiva in realtà c’era, quelli di Antenna Tre, gli unici a cui avevano permesso l’accesso. Ed ho capito immediatamente il motivo: filmavano solo l’immondizia e i topi, volevano solo far vedere quanto fossero sporchi gli abitanti del campo.
Intorno era pieno di anziani malandati che non riuscivano a stare in piedi e si sedevano a terra, famiglie disperate coi bambini piangenti in braccio. Gente che trascinava le sue cose di qua e di là, per salvare qualcosa. Loro non li riprendevano.
Le umiliazioni sono state tantissime. Mentre cercavo di rassicurare due bambine terrorizzate alcuni poliziotti e agenti della Digos se la ridevano. Ho chiesto di smettere perché c’era solo da piangere ma loro hanno continuato a prenderci in giro.

Sono successe altre cose che ricordi?
Mi ricordo che quando vengono a buttare fuori le persone dalle baracche non fanno le cose come si deve, sembra che facciano le cose senza pensare. Quel giorno stavano per abbattere una baracca ma nessuno aveva controllato all’interno. Potevano esserci ancora delle persone ma loro mandavano comunque la ruspa a spaccare. Allora mi sono messo a urlare e ho insistito che andassero a controllare e dentro c’erano due bombole del gas. Ma ti rendi conto come lavorano? Con tutte le persone in piedi lì vicino, bambini, anziani, e loro mandano le ruspe così.

Per cercare di fermare lo sgombero dopo il 26 febbraio 2015 è stato fatto un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Mi dici come avete fatto a prepararlo?
Dopo lo sgombero di febbraio 2015 abbiamo fatto un ricorso tramite gli avvocati Gianluca Vitale e Laura Martinelli. Questo ricorso ha allungato i tempi dello sgombero così alcune famiglie che avevano dei problemi gravi, che non avevano più niente, hanno avuto un po’ più di tempo per organizzarsi. Vivevano lì da 10 – 15 anni. Non erano tante famiglie, c’erano malati gravi, persone anziane e malati, minori.
Pensavo che il Comune di Torino volesse fare qualcosa almeno per loro, che gli trovasse un posto, un campo autorizzato dove poter avere almeno l’accesso ad acqua e luce e fargli pagare delle utenze che potevano permettersi, come è stato fatto con il campo dei bosniaci in Via Germagnano, quando c’era la guerra e sono venuti qui. Invece niente, li hanno buttati per strada e non hanno fatto niente.

Sembra che i rom non protestino, perché secondo te?
Perché hanno paura. Sono sempre sotto ricatto, sotto minaccia di essere arrestati, che gli portino via i bambini, di essere esclusi da qualche progetto, di prendersi un foglio di via. Anche se loro lo sanno che stanno subendo degli abusi sono troppo spaventati per denunciare. Adesso se la polizia vede che fanno riprese con il telefono gli chiedono subito se quel cellulare è rubato. Li denunciano o gli chiedono i documenti e poi gli danno subito il foglio di via.
Ti ricordi in Lungo Stura? Lo hanno fatto anche davanti a una bambina, c’è il video, tutti possono sentire il tono della funzionaria che si rivolge alla bambina. Ma perché hanno paura dei filmati che fanno le persone? Se questi del progetto che venivano tutto il tempo nel campo non facevano nulla di male, perché sono sempre così nervosi? Dicono delle cose molto pesanti alle persone, le dicono perché tanto sono solo degli zingari.
Hanno questo vizio. Appena gli chiedi delle spiegazioni o provi a rispondere, loro ti trovano subito un punto debole. Un modo di ricattarti per farti stare zitto o per non filmare, per non fare uscire le prove, perché non vogliono che vengano fuori le cose vere che succedono nei campi.

Le persone sgomberate dal campo di Lungo Stura Lazio che fine hanno fatto?
La maggior parte si sono spostate nel campo di via Germagnano [informale]. Nel 2017 e 2018 hanno già fatto tanti sgomberi e distrutto molte baracche in Via Germagnano e in altri campi vicini.
Mia cognata e la sua famiglia vivono lì. Ogni giorno ci sono controlli, ogni giorno la municipale va e appiccica un numero su una baracca identificando gli abitanti. Queste persone sono schedate tutto il tempo. In questo modo costringono le persone a vivere in situazioni sempre più difficili e precarie, non c’è mai pace e le loro condizioni diventano sempre più complicate.

In questi anni nel campo di via Germagnano è stato fatto qualcosa per aiutare le famiglie?
Sono successe delle cose assurde. Qualche tempo fa è venuta un’associazione che ha proposto di investire dei soldi per costruire un parco giochi per i bambini dentro il campo. Ma ti sembra possibile?
Gli abbiamo risposto che il campo verrà sgomberato a breve e che i soldi erano sprecati. E poi come ti viene in mente di fare un parco giochi dentro un campo solo per i bambini rom? Questa è un modo per tenerli separati, per dire che i rom devono stare solo dentro i campi, anche i bambini. È una forma di segregazione.
I bambini rom vanno a giocare al parco come tutti gli altri. I genitori li portano al parco esattamente come tutti gli altri bambini e giocano nei parchi che ci sono qui intorno. Abbiamo detto che sarebbe stato utile un pulmino per portarli a scuola invece di farli camminare al freddo e sotto la pioggia. Oppure comprare libri e quaderni.

Cosa hai visto e cosa hai provato tornando tra le macerie del campo di Lungo Stura Lazio?
Tornare al campo dopo un po’ di tempo mi ha fatto male al cuore. Ricordo chi viveva in ogni punto anche se ormai ci sono solo le baracche distrutte e l’erba alta. Altre volte non capivo più dove mi trovavo.
Dovevano mettere tutto a posto, dicevano che ci sarebbero stati i prati. Invece è una discarica a cielo aperto. Sono passati tre anni e mezzo e non hanno spostato nemmeno l’immondizia, l’immondizia è tutta lì.
Dicevano che volevano farci un campo da golf ma quella zona, appena sopra il fiume Stura è alluvionale, è chiaro che non possono costruirci niente. È tutto recintato e non puoi avvicinarti, hanno solo mandato via i rom per farsi pubblicità ma non è che è tornato alla città.
Anche su quello che resta di Lungo Stura Lazio hanno raccontato tante bugie.

Torino, settembre 2019


Note:

*1 Ora il Barattolo, “mercato del libero scambio” che inizialmente prendeva vita nei vicoli centrali del Balon a Torino, nella zona di Porta Palazzo, è stato spostato per motivi di “degrado sicurezza legalità” in via Carcano, vicino al cimitero nord di Torino. Le persone che vendono il sabato e la domenica in questo spazio (la maggior parte disoccupate, altre precarie, residenti in molti campi e baraccopoli della città) sono obbligate a pagare ogni giorno 13 euro al Comune, quindi se si intende avere lo spazio per vendere sia sabato che domenica si pagano 26 euro, al di là del ricavo reale che si ottiene. Diversamente la polizia municipale allontana chi non paga la tassa obbligatoria.

*2 Nel momento in cui inizia il progetto “La città possibile” la popolazione del campo era già diminuita in seguito a continui controlli e varie strategie di allontanamento delle persone da parte di Comune e Questura. Di fatto molti abitanti di Lungo Stura Lazio avevano già iniziato ad “autosgomberarsi” da soli per evitare ulteriori perquisizioni, retate e varie misure repressive (verbali, multe, fogli di via, ecc.). […]È importante sottolineare che i mesi precedenti all’implementazione de La Città Possibile sono stati caratterizzati – secondo gli stessi dati della Prefettura – da un vero e proprio assedio poliziesco al campo di Lungo Stura, con 298 controlli in sei mesi, quasi due controlli al giorno, in molti casi alle prime luci dell’alba, chiudendo le vie di accesso al campo. Questi controlli hanno dato luogo a 17 arresti e a una serie di fogli di via, rilasciati in molti casi in maniera arbitraria. […] (Cecilia Vergnano, La macchina dell’accoglienza. Seconda parte. In http://wots.eu/2016/03/01/la-macchina-dellaccoglienza-seconda-parte/).

*3 Non si sa in base a quali informazioni e credenze la vice sindaca Schellino dichiari il 25/06/2018 che “quasi tutti gli ex abitanti del campo sono attualmente in Romania nelle loro abitazioni di residenza, ad eccezione di tre nuclei, per un totale di sette persone.” È importante leggere questi documenti per capire che tipo di narrazioni escono dall’ufficio stampa del Comune, in particolare i comportamenti e le consuetudini attribuiti ai vari gruppi “nomadi” presenti in città e al loro modo di muoversi, evidentemente forzato, nello spazio della città. http://www.comune.torino.it/ucstampa/2018/article_517.shtml

*4 Il “patto di emersione” era un contratto in cui i firmatari dovevano impegnarsi in una serie di obblighi per poter emergere dal campo e “uscire dall’illegalità”. Se si infrangeva qualche punto del contratto firmato con una delle varie associazioni e cooperative si veniva espulsi dal progetto e si perdeva la casa o lo spazio in housing sociale o si veniva esclusi da altri tipi di accordi (rimpatrio assistito in Romania per 6 mesi). Il “patto di emersione” descritto brevemente in un documento di presentazione del progetto: […] Tutte le famiglie accompagnate dal Progetto firmano un Patto di Emersione, un patto che stabilisce i reciproci impegni tra famiglia e operatore Responsabile dell’Accompagnamento per conto del Comune di Torino. In questo Patto le famiglie si impegnano a: evitare qualsiasi comportamento illegale,  mandare i figli a scuola, curare i lori membri fragili, partecipare alle attività del Progetto (corsi, inserimenti lavorativi, attività per la regolarizzazione amministrativa), contribuire alle spese del servizio. […]. A questo proposito è pertinente ricordare anche le dichiarazioni dell’Assessore ai Servizi Sociali di Torino in una partecipata riunione aperta al pubblico tenuta nella sede della VI Circoscrizione, il 28 gennaio 2015: «Attualmente sono state allontanate le persone senza requisiti personali [sic!] e giudici [sic!] necessari per poter stare dentro a un percorso [di integrazione]. È evidente che le 300 persone che non hanno i requisiti per stare dentro al patto di emersione, perché non gli interessa, non sono nelle condizioni o hanno delle caratteristiche dal punto di vista giuridico che non lo permettono, dovranno essere allontanate» (28/1/2015). […] (Vergnano, Ibidem)

 

Condividi
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn