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OSSERVATORIO: VOCE DEL VERBO DOMANDARE, AGIRE, SCRIVERE

  • Data
    Novembre 2020

Pratiche di ricerca azione partecipata: suggerimenti, domande e spunti di autovalutazione.

L’idea che sta alla base dell’Osservatorio Popolare di Quartiere è semplice: per confrontarsi con fenomeni sociali come la povertà minorile, servono spazi di pensiero e chiavi di lettura in grado di fare i conti con un alto grado di complessità. Non bastano i dati, non basta la voce dei soggetti pubblici e privati che concorrono all’immaginazione e all’implementazione delle politiche sociali. Serve un dispositivo che sappia tenere conto di più istanze e più prospettive, che faccia emergere quelle invisibili o silenziate, che promuova l’approfondimento e il confronto in una logica di ricerca-azione partecipata.


Perché fare pratica di ricerca-azione? 

Perché farlo? Le risposte possibili sono molte, e ciascuna aggiunge una precisa sfumatura al discorso. Innanzitutto, potremmo dire che solitamente si fa ricerca per incrementare le conoscenze su una determinata questione, e anche la ricerca di tipo partecipativo persegue lo stesso obiettivo. Mettiamo in campo un dispositivo come l’Osservatorio per migliorare, rafforzare e aggiornare le nostre conoscenze sui temi della povertà. 

A questa prima risposta possiamo aggiungere una seconda sfumatura, legata al tema dell’efficacia: se riusciamo a tenere conto di punti di vista diversi e a costruire una rappresentazione del problema più ricca e più precisa, allora saremo maggiormente in grado di formulare proposte di lavoro coerenti con ciò che le persone vivono e pensano davvero. Raggiungeremo l’obiettivo in modo più diretto e senza disperdere risorse lungo il nostro cammino di conoscenza. 

Inoltre, la logica di ricerca-azione si fonda su una aspirazione al cambiamento. Questo approccio ha l’esplicito obiettivo di migliorare le condizioni di vita delle persone che vivono una certa situazione. Parte dall’idea che questo cambiamento possa realizzarsi a livello di contesto o a livello individuale, più spesso a cavallo tra questi due piani. Facciamo ricerca-azione per cambiare la città e il modo in cui funziona, facciamo ricerca-azione per sostenere le persone che coinvolgiamo in un cammino di consapevolezza di sé, di rivendicazione delle proprie istanze e dei propri desideri, di acquisizione di strumenti utili per contribuire proattivamente al miglioramento della propria condizione. Questo terzo perché, dunque, è di natura politica e pedagogica. 

Una questione ulteriore è quella della comunicazione pubblica. Avviare un dialogo con la cittadinanza, e anche con le cittadine e i cittadini più piccoli, serve a creare un canale di comunicazione tra istituzioni, stakeholder delle politiche sociali e abitanti della città. Un dialogo finalizzato a chiedere ma anche a dire, a indagare ma anche a informare. Un dialogo prezioso nella misura in cui contribuisce a colmare quella percezione di distanza tra persone, politiche e politica, ricorrente nel discorso pubblico e nell’esperienza quotidiana. 

Un ultimo perché, strettamente connesso alle ragioni descritte in precedenza, , è quello che mette al centro i diritti. Ogni persona ha il diritto di essere ascoltata e coinvolta in tutte le decisioni che, direttamente e indirettamente, la riguardano. Nel caso delle persone minorenni il riferimento principale è quello all’articolo 12 della Convenzione dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, ma sono molte le fonti di diritto nazionale e internazionale che affrontano dettagliatamente questa materia. 

Nella ricerca di equilibrio tra questi validi perché, ci sembra utile partire proprio da quest’ultimo punto. Essere ascoltati è un diritto e a questo diritto non può che corrispondere un sistema di doveri. Non si tratta di concessioni e nemmeno di idee innovative, si tratta di responsabilità che chiamano in causa il mondo degli adulti e delle istituzioni, delle politiche e dei progetti sociali. Chiamano in causa anche noi ricercatori e ricercatrici e tutti i soggetti con i quali abbiamo collaborato nella cornice del programma QuBì. Gli Osservatori Popolari e le pratiche sperimentali di ricerca-azione partecipata vogliono essere piccoli contributi in questa direzione: idee e proposte per promuovere il diritto all’ascolto e per accompagnare chi ha la responsabilità e il dovere di ascoltare.  


Dieci cose che stiamo imparando

Fatta questa premessa sui perché, la parte più complicata riguarda il come. Nei processi di programmazione territoriale e nel disegno degli interventi sociali, l’intreccio tra i saperi e i poteri in campo non lascia molto spazio all’innovazione, né all’emersione di voci e punti di vista inconsueti. Anche al livello dei piccoli progetti territoriali sono molti i vincoli e le resistenze che sottraggono spazio a logiche pienamente partecipative e inclusive: i tempi e le risorse a disposizione, la competizione tra soggetti diversi, la precarietà del lavoro sociale sono solo alcuni di questi. Spesso, a essere penalizzate non sono solo le logiche di ricerca-azione partecipata, ma qualsiasi tipo di sforzo riflessivo e conoscitivo. 

In mancanza di una ricetta universale, possono essere immaginate soluzioni strategiche di caso in caso, per aprire spazi di ricerca, di consultazione, di confronto e di coinvolgimento che facciano emergere le tante soggettività in campo: i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze, le famiglie e chi abita i quartieri. Preservando e curando questi spazi, si contribuirà a una migliore realizzazione dei principi di ascolto e partecipazione.

Gli esercizi di ricerca-azione partecipata promossi nella cornice degli Osservatori fanno emergere alcuni apprendimenti dai quali è utile ripartire per immaginare ulteriori azioni future. Si tratta di spunti di riflessione che vogliono contribuire al confronto teorico e pratico sulle pratiche partecipative e che possono essere utilizzati anche come strumento di autovalutazione per aumentare la propria consapevolezza sulla qualità dell’operato quotidiano. 

  1. Preparazione e impreparazione. Prima di avviare un percorso è utile studiare e confrontarsi con altre e altri che l’hanno intrapreso prima di noi. Infatti,  la ricerca-azione e le pratiche di ascolto e partecipazione hanno una lunga storia. Molte sono le esperienze che ci possono ispirare: dalla maieutica reciproca di Danilo Dolci ai cerchi narrativi di Franco Lorenzoni, dalla Participatory Rural Appraisal di molte ONG fino ai percorsi di monitoraggio civico di OpenCoesione e Monithon. Costruire sul costruito è utile per non compiere errori facilmente evitabili e per prevenire situazioni critiche. D’altra parte, ogni percorso e ogni incontro saranno portatori di specificità e unicità, quindi è fondamentale approcciare la ricerca partecipata con una piena apertura verso l’imprevisto, l’impreparazione e l’improvvisazione.
  2. Chiarezza e trasparenza. Prima di avviare un percorso di ricerca-azione partecipata con bambini, bambine, ragazzi e ragazze, ricordiamoci di chiarirci e di chiarire perché lo stiamo facendo. Qual è la nostra visione di lungo termine? Quali sono gli obiettivi specifici e circoscritti che ci proponiamo di raggiungere nel breve periodo? Quali i limiti, quali i vincoli. Quali i processi decisionali e le scadenze da tenere in considerazione. Chiarezza e trasparenza creano una base di fiducia e rispetto reciproco e nutrono aspettative realistiche.
  3. Ricerca è azione. I paradigmi di ricerca-azione sono fondati sul dialogo tra tensioni diverse. La dimensione della conoscenza da un lato, quella della trasformazione dall’altro. È facile perdere l’equilibrio, costruendo percorsi efficaci dal punto di vista conoscitivo ma fragili dal punto di vista politico e pedagogico, quindi percorsi che prendono molto e restituiscono poco. È facile anche sbilanciarsi nella direzione opposta. Nella ricerca di un nuovo baricentro è utile porsi contemporaneamente due domande. In che modo il processo di ricerca può direttamente contribuire all’aumento di consapevolezza e all’empowerment delle persone che coinvolgiamo? Quali spazi di possibile cambiamento intravediamo attorno a noi? In che modo possiamo focalizzare il percorso su cambiamenti che potrebbero davvero avvenire?
  4. La relazione al centro. La pratiche di ascolto e di partecipazione non possono che fondarsi su una base relazionale fatta di conoscenza reciproca, sincero rispetto e condivisione. Costruire un contesto accogliente, ricettivo e accessibile per tutti e  tutte è un’operazione che non possiamo considerare scontata, e che necessita di cura e competenza. Questo vale in ogni fase di lavoro, dalle attività di riscaldamento ai momenti di feedback, dai momenti informali e giocosi agli spazi protetti di valutazione e autovalutazione.
  5. Lingue e linguaggi. Quando coinvolgiamo in percorsi di ricerca-azione soggetti che non provengono dal nostro settore, dobbiamo costruire insieme a loro un lessico, un linguaggio e uno stile di comunicazione che ci permetta di incontrarci e confrontarci davvero. Se si tratta di bambini, bambine, ragazzi e ragazze il gap è generazionale oltre che professionale e culturale. Se si tratta di persone con background migratorio, alle questioni di linguaggio si aggiungono chiaramente quelle legate alla conoscenza di una lingua specifica. in ogni caso la distanza da colmare ha a che fare con il fatto che ogni persona è portatrice di esperienze, vissuti e immaginari differenti. Alcuni stratagemmi possono rivelarsi efficaci: semplificare i pensieri ma evitare la superficialità; non utilizzare solo parole e conversazioni ma anche immagini e movimenti; ridurre al minimo i momenti frontali; prendere nota e restituire i risultati intermedi dei percorsi; costruire attività e attivazioni che ci permettano di giocare con il nostro punto di vista e con la nostra esperienza.
  6. Cercare buone domande. Una parte consistente del lavoro dei ricercatori e delle ricercatrici sta nella ricerca di domande efficaci. Domande non retoriche e non scontate, domande legittime delle quali non conosciamo già la risposta, domande che ci permettano di aprire e di esplorare, domande che ci portino davvero su un terreno ignoto. A volte, all’intenzione di domandare non deve corrispondere un immediato fare domande. Ci sono questioni sulle quali non è utile chiedere, ma porsi insieme su un cammino di scoperta. Sono molti gli argomenti su cui ognuno di noi non ha le idee chiare o definite. Quando si parla di desideri e bisogni degli abitanti di un quartiere, ad esempio, non è sempre facile dire in poche parole cosa si vorrebbe di diverso, cosa dovrebbe cambiare, cosa potrebbe esserci di nuovo. Il rischio è di lasciarsi travolgere da retoriche e rappresentazioni forti che non ci appartengono e che ci portano a dare risposte che non sono davvero le nostre. Una risposta davvero ricca nasce spesso da una buona domanda; se non ci convince ciò che raccogliamo il problema è spesso nelle domande che abbiamo formulato.
  7. Prendere tempo, cambiare idea. I percorsi di ricerca-azione partecipata e tutte le pratiche di ascolto e coinvolgimento richiedono tempo. Tempo per la relazione, tempo per approfondire, tempo per raccontare. Solitamente le persone che si dedicano alla ricerca sociale e alle politiche pubbliche hanno dedicato molti anni agli studi, hanno il tempo per leggere e scrivere, hanno il tempo per pensare e per confrontarsi. Per gli altri e le altre le cose non sempre stanno così, ancora meno per bambini e ragazzi. La fretta di arrivare a un risultato ha l’effetto di aumentare le distanze e i disequilibri tra professionisti e partecipanti. Si tratta di un effetto estremamente problematico se consideriamo che l’obiettivo di questi percorsi è proprio quello di bilanciare disequilibri e differenziali di potere. Serve tempo anche per cambiare idea. Siamo abituati a giudicare negativamente l’incertezza, il dubbio e l’ambivalenza. E, spesso, questo giudizio negativo può portarci a difendere i punti di vista espressi anche laddove non ci riconosciamo più in questi. In un percorso di ricerca-azione partecipata i cambi di prospettiva e di opinione sono invece da accogliere come una buona notizia, così come sono da salutare con entusiasmo i contrasti e i conflitti costruttivi. Indicano che il gruppo si sta muovendo e si sta mettendo in discussione, che sta effettivamente affrontando un cammino di consapevolezza e di scoperta.
  8. Prendere sul serio. Quando le cose funzionano e cominciano a emergere i pensieri dei giovani partecipanti,, siamo spesso travolti da una sensazione di meraviglia, soprattutto se si tratta di bambini e bambine. Siamo colpiti e stupiti dalla forza vitale delle parole e dei significati che prendono forma, dall’articolazione dei concetti e dei pensieri, dal modo di stare in un dialogo, dalle domande e dalle esclamazioni che ci vengono portate, dai segni e dai disegni che ci vengono proposti. Il rischio è di fermarsi di fronte a questa meraviglia, constatando la potenza estetica e poetica dell’accostamento di linguaggi e rappresentazioni così nuove e così diverse. Abbiamo davanti a noi qualcosa di vagamente esotico e rischiamo di accontentarci. ce lo facciamo bastare. Ogni volta che lo facciamo, rischiamo di incorrere in un errore. Dimentichiamo la fase fondamentale di traduzione e di sintesi di quel materiale. Questa operazione è necessaria per avviare un’autentica valorizzazione di quanto è emerso, collocandolo in una cornice di conoscenza e trasformazione che dà senso al percorso.
  9. Prodotti e post produzioni. La fase di realizzazione dei prodotti finali dei percorsi è un momento cruciale. A questi e agli eventi conclusivi è affidata la sintesi di progetti articolati e difficili da riassumere.  Qui che ci si gioca il rapporto con il contesto e con gli interlocutori esterni. I prodotti finali sono ciò che resterà nel tempo, che potrà essere recuperato come ricordo di un’esperienza vissuta o come spunto per avviarne di nuove. Tuttavia, nel confezionamento dei prodotti è alto il rischio di tradire o travisare il percorso conoscitivo del gruppo, perché possono prevalere le ragioni di efficacia comunicativa e le esigenze di confrontarsi con aspettative e richieste pressanti. Anche in questo caso la sfida è quella di cercare un punto di equilibrio convincente, che veda, ancora una volta, un pieno e trasparente coinvolgimento di tutte le persone che hanno preso parte al percorso.
  10. Preparare il pubblico. Un ultimo apprendimento importante è quello legato ai pubblici di riferimento. A volte capita di fare un ottimo lavoro con bambine e bambini, con ragazze e ragazzi, ma di avere la sensazione che idee, racconti e proposte stiano cadendo nel vuoto. In effetti, i percorsi di questo tipo richiedono un grande lavoro di accompagnamento dei pubblici di riferimento e di tutti gli interlocutori rilevanti. Un lavoro di preparazione del terreno e di emersione delle questioni che loro vorrebbero porre a bambini e ragazzi, un lavoro di costante aggiornamento e di dialogo strutturato, un lavoro volto a creare un terreno fertile su cui si potranno posare i risultati dei percorsi partecipativi. É per questa ragione che le pratiche di ascolto e partecipazione non possono mai limitarsi ai beneficiari ultimi delle politiche e dei progetti, ma devono chiamare in causa tutta la filiera e tutto il sistema, nel pieno rispetto dei vissuti e delle prospettive di ciascuno, cogliendo pienamente la sfida di un dialogo aperto che tenga insieme discipline, culture, generi ed età diverse.

Il quaderno è stato curato da:

Cristina Cavallo
David Guazzoni
Jacopo Lareno Faccini
Andrea Rampini
Maria Rimondi


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Foto ☉☉Sculptor’s model of a fist 400–30 B.C. Late Period or Ptolemaic Period – Smithsonian Open Access

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