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Errore di sistema

  • Data
    Maggio 2020

In questi giorni difficili ci siamo chiesti quale pensiero potesse avere Codici su quello che sta succedendo. Ci siamo risposte che è ancora presto, non abbiamo avuto modo di parlarne insieme, stiamo vivendo in una dimensione più privata, viviamo condizioni molto diverse e abbiamo sensibilità differenti.
Per questo vogliamo valorizzare tutta questa diversità, componendo un racconto collettivo di come stiamo vivendo questi momenti. Sarà il punto di partenza per il prossimo numero della rivista codici404.


Errore di sistema
Stefano Laffi

Quando è accaduto non immaginavamo di trovarci nel posto più sbagliato del mondo, nel momento più sbagliato della Storia. Nostra madre ha 87 anni ed è caduta in casa, a Milano, nella settimana che inizia con lunedì 17 febbraio: l’ha trovata mio fratello il sabato successivo, perché non rispondeva al telefono, dopo vari tentativi. Capitava spesso che non rispondesse, vive sola, sente poco, ma era ancora abbastanza autonoma, orgogliosa di esserlo: usciva di casa, camminando a fatica ma perfettamente lucida.

È entrata al Pronto Soccorso del Fatebenefratelli il 22 febbraio, con un femore rotto e una serie di ammaccature da caduta, tac negativa cioè niente ictus. L’allarme del virus è iniziato esattamente quel sabato, ma era ancora il periodo in cui lo chiamavamo il “virus cinese” e i più sospetti erano proprio gli stranieri in sala d’aspetto. Il pronto soccorso era una calca, l’attesa media per avere l’esito dei primi esami in codice giallo era di otto ore, niente di eccezionale almeno per la mia esperienza. Insomma, normale ma difficile da accettare, anche perché era chiarissimo quale fosse il problema dell’ospedale, come sa chiunque abbia avuto a che fare con il sistema sanitario regionale. L’ambulanza era stata tempestiva, gli infermieri c’erano, i macchinari diagnostici erano disponibili, semplicemente mancavano i medici. Tutti i parenti, sempre più spazientiti, si sentivano dire frasi come ‘stiamo aspettando il neurologo’, ‘il radiologo ha staccato alle 20’, ‘appena la visita l’ortopedico la dimettiamo’: il collo di bottiglia di tutte le attese dipendeva dalla disponibilità dello specialista, in quelle otto ore di media gli esami si svolgevano entro una o due ore, il resto era l’attesa del medico. Di lì a qualche settimana si è cominciato a parlare dell’errore del numero chiuso delle facoltà universitarie e sarà scattata l’abilitazione automatica dei laureati in medicina. Certo, è ridicolo, il problema è evidente da anni a ogni cittadino.

In quell’attesa, immobile su una sedia di metallo ad aspettare, ho ripensato al bellissimo saggio ‘Come muoiono i poveri’1 scritto da George Orwell dopo una traumatica esperienza di ricovero in un ospedale parigino a seguito di una polmonite, nel febbraio del 1929. Noi a Milano le differenze di classe le vediamo ogni giorno, nella frequentazione delle scuole dei nostri figli, nell’uso dell’auto o dei mezzi pubblici – ‘i tram sono da poveri’ – nel prezzo del pane e delle case, nel trattamento delle malattie – il business è nei tumori e nelle cardiopatie, lì sei un paziente diverso – e nei tempi di attesa per gli esami. Nove mesi si trasformano, nello stesso ambulatorio, in ‘domani alle 15 va bene?’, se paghi la tariffa smart, easy o non so cosa. Qui, nel Pronto soccorso, sui lettini sparsi in ogni corridoio c’erano quasi solo anziani, come nostra madre, e nessuno del personale, proprio nessuno fra medici e infermieri, indossava mascherine, quando i comuni cittadini cinesi del quartiere dove abito già le indossavano tutti e avevano chiuso gli esercizi commerciali per tutelare la salute pubblica. Insomma era evidente da subito che l’ospedale sarebbe diventato uno straordinario diffusore di contagio e che, mentre salvava vite umane come quella di mia madre, ne comprometteva a migliaia, come quella di mia madre. Quegli anziani pazienti sui lettini erano davvero parcheggiati, per molte ore, notti comprese, lungo i corridoi, con flebo e cateteri ai lati, a volte seminudi, tutti esposti: come mia madre molti di loro da bambini hanno visto la guerra, ne sono sopravvissuti e ce l’hanno raccontata, e vederli così, esausti e doloranti, abbandonati giorno e notte sui letti in attesa dello specialista, fa rabbia, ti viene da dire ‘non se lo meritano’.

Io non so cosa succeda a lavorare in ospedale, ma siamo tutti trasparenti, pazienti e parenti. Tutti guardiamo le persone in camice passare sperando in una notizia, in un esito, in una dimissione, ma il personale non ricambia mai. Non ho mai visto un gesto rivolto spontaneamente agli uni o agli altri, tutto deve sempre essere richiesto, implorato, e quindi concesso, se mai. Per altro in quella situazione annichilente e ammutolente nessuno porta la targhetta col nome e il ruolo, impossibile capire chi fa cosa, quindi impossibile chiamare, chiedere, ricondurre quegli scampoli di informazioni ai ruoli. Quando trarremo il bilancio dell’eroismo del personale sanitario in questo periodo eccezionale io ci metterò anche la disumanità delle comunicazioni: nel primo mese di ospedale ho assistito a decine di ore di chiacchiere, di discussioni sindacali, di polemiche e di litigate furibonde consumate dal personale nei corridoi davanti a noi o nelle loro stanze e neanche un minuto dedicato a rivolgersi ai pazienti fuori dalle istruzioni per le flebo e per le medicine. Abbiamo sempre dovuto elemosinare ogni notizia sull’andamento della salute di nostra madre perché nessuno ci diceva nulla e perché nessuna cartella clinica appare più ai piedi del letto.

Un mese, ho detto, perché nostra madre viene trasferita dopo due giorni nel reparto di ortopedia e ci rimane quattro settimane. All’inizio, dopo l’intervento, si riprende bene, il dolore si attenua, è lucida e arrabbiata, ci dice ‘non sono professionali, mi trattano come un pezzo di carne’. Poi, un giorno, assistiamo alla richiesta del menù da parte del personale dedicato alla cucina. L’orario di visita coincide con i pasti, così da provvedere noi parenti a nutrire le persone a letto, in nostra assenza ci dicono che lo farebbero ‘i volontari’, che non vedremo mai. La signora legge le varianti sul suo tablet, mia madre sente poco, la signora non l’ha capito e rilegge allo stesso modo; le suggerisco di mostrare il menù perché mia madre ci vede benissimo, mi viene risposto che ‘non si può’ – resterà un mistero perché non si possa mostrare il menù da un tablet – e quando mia madre capisce è perché io e mio fratello lo ripetiamo ad alta voce. Lei fatica a rispondere, la parola si inceppa. La signora a quel punto si scoccia e chiede a noi, che restiamo però perplessi. Ne discutiamo fra noi e cerchiamo di darci una spiegazione, ma quando ricapita la sera stessa avvertiamo l’infermiere, che subito si preoccupa, s’arrabbia coi colleghi rendendosi conto che erano passate molte ore dai primi segnali e fa fare una tac al momento, il cui esito sarà ‘ictus’.

Ripenso a Orwell, al suo sentirsi una cavia di medici e studenti, a questo malinteso del primato dei parametri diagnostici, perché poi nemmeno quello è vero: qui, siccome nessuno parla coi pazienti, o si preoccupa di farsi sentire se qualcuno ha problemi di udito, non si erano accorti dell’ictus. Mentre attendo con mia madre che faccia la tac osservo le stanze e vedo che l’età media sarà di 85 anni, noi siamo fra i pochissimi parenti presenti, il personale esegue i compiti senza far caso alle parole, penso ‘chissà quante altre volte sarà già successo senza che nessuno lo rilevasse’.
Dopo ‘l’episodio ischemico’ mia madre si ritrova ad avere problemi di comprensione, di espressione e di riduzione del campo visivo, ce lo spiega un bravo neurologo, pare che dopo l’operazione al femore succeda, a questa età, ma nessuno ci aveva espressamente avvisato di quel rischio. Avevamo firmato il foglio della liberatoria, in una di quelle numerose pagine ci sarà stato scritto. Mia madre perde un po’ di lucidità, nella situazione in cui si trova pare quasi un sollievo, mentre mi rendo conto nell’imboccarla ai pasti quanto la vita sia circolare – e non lineare come ci raccontiamo al lavoro. Ora nutro e provo a educare a parlare colei che 50 anni fa aveva fatto lo stesso con me, mi trovo improvvisamente a restituire quelle cure amorevoli, che immaginavo non avrei più dato a un famigliare, dopo averlo fatto coi miei figli.

Il vero conforto in questa situazione viene dalle compagne di stanza, tutte donne fra gli 80 e i 95 anni solidali, attente, sensibili, coloro a cui dobbiamo le uniche notizie quotidiane ricevute durante la degenza, e che oggi non so se siano sopravvissute, lo spero: ‘stanotte vostra madre ha dormito’, ‘l’ho vista sorridente’, ‘com’è bella vostra madre!’, ‘ci salutiamo sempre a distanza’, ‘è passato il medico a visitarla’, ‘l’hanno portata giù a fare un esame’… Entrare in stanza e salutarle è un vero piacere, in cambio noi apriamo bottigliette d’acqua con tappi durissimi, procuriamo caricatori di cellulare, spostiamo oggetti per chi come loro ha un raggio di azione che non va oltre il proprio braccio. Una mattina una di loro non c’è più, è trascorso il famoso sabato dell’anticipazione della chiusura della Lombardia, nel ‘fuggi fuggi’ generale lei scappa col fratello, firma l’uscita e torna in Friuli in camper durante la notte. Ci chiamerà la domenica mattina felice, anche se nell’ospedale friulano non la vogliono, e tutto mi sembra folle.

Nel frattempo il ’sistema sanitario’ tace. Se tua madre ha parametri stabili tu smetti di ricevere notizie, perché il sistema non capisce che tu hai bisogno di sapere cosa succede adesso, come evolve la situazione, se puoi far qualcosa per aiutarla a recuperare capacità, di cosa ha davvero coscienza nostra madre, quanto resterà in ospedale, ecc. Quello stesso sistema va in tilt. Con le visite quotidiane viviamo in moviola e da dentro i giorni in cui impazzisce sotto l’allarme crescente del contagio: siamo a marzo, mentre il governo fa decreti ogni fine settimana, in ospedale i cambiamenti sono quotidiani e per la verità isterici. Un lunedì diventano improvvisamente obbligatorie le mascherine, ma già il mercoledì le indossa solo la metà del personale, poi qualcuno adotta un camice verde usa e getta che il giorno dopo non si usa più, tutte le confezioni di disinfettante spariscono in una notte di fine febbraio dai corridoi perché rubate (ma da chi in un reparto di ortopedia?), le visite vengono ridotte per orario e per numero, a un certo punto entrano in scena i guanti obbligatori… Mentre diventa sempre più difficile aiutare nostra madre – mascherina e guanti ci allontanano ulteriormente dal contatto con lei – è chiarissimo che nessuno sa bene cosa fare e che il cambiamento continuo delle restrizioni ne corrode la credibilità. Il primo a non crederci è il personale, che le adotta in ordine sparso – a parità di funzione ci sono i bardati e gli impavidi – e meno di quanto è preteso dai visitatori, anche perché le raccomandazioni si scontrano con la carenza, si chiede di usare esattamente ciò che manca dopo un giorno.

Come si capisce dalla carenza di medici o di mascherine, dopo poco si fa chiaro che il sistema sanitario lombardo non è un sistema, cioè non governa affatto le sue parti. Da settimane aspettiamo il trasferimento di nostra madre in una struttura riabilitativa, come noi tutti quelli in ortopedia: prima ci viene consigliato il Pio Albergo Trivulzio che tutti chiamano PAT, poi ci dicono che ha chiuso i battenti e ci vengono prospettate strutture in un raggio di sessanta chilometri da Milano; il problema è che progressivamente chiudono tutte, non vogliono più pazienti dagli ospedali, non si fidano, e i pazienti restano in ostaggio dentro il reparto di ortopedia, perché ovviamente in quel periodo nessuno fa tamponi per accertare alcunché. Un giorno ci viene incontro un medico – sarà l’unica volta in tutta la degenza al Fatebenefratelli – mai visto prima in reparto, fascinoso e dall’accento tedesco, che ci rassicura minimizzando sui disturbi di nostra madre per suggerirci di portarcela a casa. Noi siamo increduli – lei sta su un materasso ad aria, in un letto ortopedico, con flebo e catetere, sotto terapia, viene mobilizzata con un sollevatore per metterla seduta – e lui gentilmente ritorna sui suoi passi. Commentando l’avance del medico io e mio fratello ci chiediamo ironicamente se non sia un attore scritturato dall’ospedale per recitare quella parte coi familiari, si capisce che è partito l’ordine di scuderia, liberare il reparto per adibirlo a Covid-19. E così avviene all’improvviso, quasi con un blitz, perché poco dopo, andando in visita, scopriamo che non è più lì, hanno spostato tutti i pazienti rimasti in un altro reparto dello stesso ospedale.

Per fortuna mia madre è tranquilla e stabile, le si è fissato uno schema comportamentale di gentilezza e cordialità, saluta e ringrazia sempre, non si lamenta mai, si fa bastare quel che le succede intorno. Insomma, è diventata un’altra persona, da donna curiosa e critica verso il mondo quale era, la vita ha scelto la sua modalità più compatibile col presente, non si accorge quasi per nulla di questo vortice di avvenimenti che racconto. Nel nuovo reparto, circondato da argute compagne di viaggio – ‘qui si mangia da schifo, tutta roba della mutua’ – ci starà pochi giorni, lo scopriamo all’improvviso in un modo assurdo: a un pasto di mezzogiorno le inservienti non si trovano il suo vassoio, così mi chiedono ‘ma sua madre sta per uscire?’. Rispondo che non so nulla, in quel reparto vige la stessa abitudine a non comunicare coi famigliari, così le inservienti somministrano comunque il pasto assemblando un vassoio con le cose non consumate dagli altri, ma nel pomeriggio una telefonata ci avvisa che sarà subito trasferita, entro un’ora, perché hanno trovato una struttura riabilitativa che la prende, l’Istituto Auxologico.

Della sua stanza partono tutte, vengono smistate in strutture diverse, solo che nel frattempo a una di loro hanno fatto il tampone, la spostano di stanza, non sapremo mai dell’esito né se il tampone verrà fatto alle altre, compresa mia madre. Sono donne che hanno mangiato allo stesso tavolo e dormito a mezzo metro una dall’altra, difficile immaginare che il contagio non sia un rischio reale. Io e mio fratello restiamo increduli, e poi anche noi entriamo e usciamo da quella stanza ogni giorno, e così gli altri famigliari. Nessuno però dice nulla, si sono aperte le strutture per lungodegenti e tutte hanno voglia di lasciare l’ospedale, la notizia del disastro delle case di riposo come focolai verrà fuori dopo, ma già lì era evidente come e perché.

Il nuovo ricovero appare accogliente, una dottoressa ci rassicura che quello è il posto giusto per riabilitare bene quel che si può. Mia madre resta tranquilla, non capiamo quanto si accorga di questo valzer, e il nuovo posto è molto curato, riproduzioni di Hopper a tutte le pareti, anche se le visite concesse si riducono tantissimo. Alla terza visita le porte automatiche non si aprono più, la direzione ha bloccato gli accessi dalla sera prima. Due giorni dopo arriva la telefonata: ‘vostra madre è positiva al tampone, l’abbiamo fatto per scrupolo a chi aveva un po’ di febbre, poi l’abbiamo esteso a tutto il reparto, l’80% è risultato positivo. Adesso sta bene, cercheremo di chiamarvi ogni giorno per aggiornarvi, perché con questo virus le cose possono precipitare in poche ore’.
Ma le telefonate non arrivano, chiamiamo noi, diversi tentativi ogni volta, alla fine si riesce a parlare con qualcuno, che ci dice che nostra madre tiene duro anche se febbre e focolai sono in corso. Non ci chiamano i medici ma ci chiamano l’ATS, la nuova sigla dell’ASL, e la Polizia locale: siamo finiti in quarantena, io e mio fratello, in quanto contatti con un caso positivo, ci dicono le nostre restrizioni, ci chiedono dei sintomi, ci suggeriscono condotte casalinghe che solo abitando in una reggia potremmo rispettare, ci dicono che non potremo mai fare i tamponi a meno di ricovero in gravi condizioni. Ma tutta la procedura è ridicola, l’avviso avviene fuori tempo massimo cioè una settimana dopo l’ultimo contatto con nostra madre, le restrizioni riguardano noi ma non i nostri famigliari, hanno numeri di telefono sbagliati, credono che nostra madre sia stata dimessa e ora stia a casa. Sarebbe bello, penso, mentre aspetto l’ora dei tentativi telefonici.

Nostra madre intanto si è smaterializzata, passano i giorni senza poterla vedere né sentire, cerco di fissare nella memoria l’ultima visita fatta, lei non ha mai saputo usare un cellulare e ora, comunque, non sarebbe nelle condizioni. Siamo costretti a un’attesa continua, non possiamo fare nulla, è strano, piombo in una condizione perfetta per chi ha pazienza, fede e speranza, ma non sono io; io amo capire e agire. Un giorno ci dicono che viene trasferita, al San Luca, ospedale collegato all’Istituto di riabilitazione. Qui cambia la musica, ci chiamano davvero ogni giorno, ci aggiornano, sono gentili, qualcuno si presenta al telefono anche dicendo nome e funzione, si alternano quattro o cinque persone nelle telefonate e quindi è difficile capire se cambia qualcosa, il quadro resta quello, critico ma stabile, ancora oggi. Nel frattempo una sera mi capita di sentire crampi allo stomaco e febbre: avviso il medico di base, che non può visitarmi, tutto avviene al telefono, e siccome ho avuto contatti con un caso positivo divento automaticamente caso clinico Covid. Il giorno dopo non ho più sintomi ma devo iniziare l’antibiotico, l’idroclorochina, l’eparina, il gastroprotettore, i fermenti lattici, per una settimana: io mi sento abbastanza bene, ma in quel regime paranoico capisco che tutto diventa un sintomo, senza tamponi saranno milioni gli italiani che avranno pensato al virus per qualunque cosa. Mentre assumo tutti quei farmaci mi chiedo come possano i medici prescrivere terapie senza reali diagnosi, come possano chiederti se hai un iPhone perché c’è un’app che può supplire al saturimetro introvabile in farmacia, ma tutto suona assurdo. La quarantena viene allungata da quattordici a ventotto giorni all’improvviso, e una nuova ordinanza manda in quarantena anche i familiari, da un giorno all’altro, come se l’avessero scoperto solo ora il rischio.

Siamo a metà aprile, all’epilogo, io invidio tutti quelli che abitano in qualunque posto che non sia la Lombardia. Mia madre è stabile ma scalpita, è evidente perché: l’ictus le ha tolto la comprensione piena di quel che succede e ora è circondata da persone in tuta bianca e maschera integrale, irriconoscibili come umani, non vede i famigliari da un mese, le sembrerà di essere circondata da alieni che le fanno fare cose. Come si fa a restare tranquilli? Di colpo arriva il via libera per me, il medico di base mi comunica che si possono fare i tamponi, troviamo una categoria professionale in cui io posso rientrare, ma il software di caricamento delle richieste non prevede il mio caso, il medico di base insiste, forza il sistema e mi iscrive cambiando il mio profilo. Sono il numero 2192, ora inizia un’altra attesa.

1 Il saggio può essere letto in lingua originale sul sito della Orwell Foundation all’indirizzo: https://www.orwellfoundation.com/the-orwell-foundation/orwell/essays-and-other-works/how-the-poor-die/


Foto ☉☉Quarzo – Primary Mineral – Smithsonian Open Access

Pirite, Grafite, Marcasite, Calcite, Aragonite e Quarzo sono alcuni tra i minerali accomunati dalla stessa origine: il polimorfismo ricostruttivo. È la reazione che permette la riorganizzazione praticamente completa della struttura cristallina. Questo tipo di trasformazione richiede una grande quantità di energia, non è facilmente reversibile ed è piuttosto lenta. Una metafora di quello che stiamo percependo in questi giorni.
Le immagini vengo dalla Smithsonian Open Access che un mese fa ha resto disponibili 2,8 milioni di immagini e dati in CC0.

Ricerca immagini a cura di Camilla Pin Montagnana

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