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Dalla mia finestra

  • Data
    Aprile 2020

In questi giorni difficili ci siamo chiesti quale pensiero potesse avere Codici su quello che sta succedendo. Ci siamo risposte che è ancora presto, non abbiamo avuto modo di parlarne insieme, stiamo vivendo in una dimensione più privata, viviamo condizioni molto diverse e abbiamo sensibilità differenti.
Per questo vogliamo valorizzare tutta questa diversità, componendo un racconto collettivo di come stiamo vivendo questi momenti. Sarà il punto di partenza per il prossimo numero della rivista codici404.


Dalla mia finestra
Laura Boschetti

In tanti mi hanno scritto per chiedermi come va, come va qui, a Bergamo.
Ogni volta rispondere è difficile. Difficile perché non lo so, come va, e non so come rispondere.
Io in realtà da qui non vedo nulla. Non vedo i camion dell’esercito con sopra le bare, le ambulanze, le file interminabili al supermercato, le serrande abbassate degli altri negozi. Da una parte, vedo una strada di campagna, i campi, le serre in lontananza. I trattori continuano a passare, i cavalli no, li trovi nei loro recinti un po’ più in là. Ancora più in lontananza una strada provinciale, che scrutiamo per capire se è deserta oppure no, ma le auto continuano a scorrere.
Dall’altra parte, vedo i giardini e le case vicine. Una piccola porzione, perché vivo in fondo al mio quartiere e i pochi metri che ci separano da tutti gli altri, gli amici, i conoscenti, gli altri bambini sono diventati infiniti. Se li incroci per sbaglio, torni con un peso nel cuore che misura la vicinanza che non c’è più.
Come va lo leggo anche io sui giornali e fatico a realizzare che quella città, quella provincia, sono le mie. È mia anche quella Valle Seriana, perché i miei genitori vivono ancora lì, anche se non a Nembro o Alzano, ma un po’ più su. Come va glielo chiedo tutti i giorni, mi parlano delle strade deserte di un paesino di 1800 abitanti, che erano deserte anche prima di questo virus. Una zia anziana, un’altra zia che non risponde al telefono e al citofono e bisogna chiamare il 112, le mascherine di stoffa, le uscite col cane.
Mi scrivono i colleghi da Milano, gli amici in giro per l’Italia, dalla Francia le persone che ho conosciuto quando vivevo lì. A Bergamo invece non si scrive nessuno, nessuno si chiede come va. Quando si animano le chat e i gruppi WhatsApp è per parlare di sintomi, dove trovare una bombola d’ossigeno o un saturometro, cosa fare con la suocera malata con i sintomi da Covid19, la retta dell’asilo da pagare.
Un’amica è malata e ricoverata, quando è andata in pronto soccorso è rimasta in attesa con il 112 per mezz’ora. Un amico ha l’ansia di uscire sul balcone e prende le gocce per dormire. Qualcuno ha perso il padre. Il marito di una signora del quartiere è ricoverato. Anche il meccanico. Una vicina ha perso la ragione e la senti inveire, bestemmiare, pregare in un loop senza senso.
Nelle parole di tanti leggi l’elogio di Bergamo, della polenta, la farina gialla, l’acqua, il sale, ma non raccontano tanto altro. Le persone chiuse in casa provano a guarire senza dire nulla, così non si devono separare dalla famiglia o costringere i familiari alla quarantena. Il medico di base non ti risponde più al telefono. C’è chi è andato al lavoro fino all’ultimo; chi per poter stare a casa si è messo in malattia, perché la sua ditta nemmeno ora ha chiuso. Tutti hanno un morto o un malato, ma nessuno lo dice, per pudore, per vergogna, per diffidenza. Però ti dicono che il figlio di quella signora che conosci, che a venticinque anni è in terapia intensiva, si è infettato andando a Milano, in metro, non qui, a Bergamo.
All’inizio volevo solo che tutto si fermasse, che rimanesse sospeso. Volevo che fosse una parentesi, da chiudere in fretta. Non capivo il lavoro che non si fermava e tanta frenesia che percepivo, altrove, non qui. Volevo solo che mi dicessero che tutto sarebbe tornato come prima, non che mi parlassero delle possibilità di cambiamento, di miglioramento. Dentro me risuonava solo una voce che rivoleva la vita di prima, il ritmo di prima, gli equilibri di prima. Anche il riscaldamento globale, se serviva a riportare le cose com’erano.
Oggi la vita è quotidiana. Ruota intorno a piccole cose, i pasti, il caffè, la gomma da masticare. Ma gli equilibri quotidiani non diventano mai routine, sono instabili, precari, durano 24 ore e poi li devi ricostruire. Il tempo smette di diventare lungo perché non esiste più. Stanotte cambiano l’ora. E si ricomincia.


Foto ☉☉Calcite – Primary Mineral – Smithsonian Open Access

Pirite, Grafite, Marcasite, Calcite, Aragonite e Quarzo sono alcuni tra i minerali accomunati dalla stessa origine: il polimorfismo ricostruttivo. È la reazione che permette la riorganizzazione praticamente completa della struttura cristallina. Questo tipo di trasformazione richiede una grande quantità di energia, non è facilmente reversibile ed è piuttosto lenta. Una metafora di quello che stiamo percependo in questi giorni.
Le immagini vengo dalla Smithsonian Open Access che un mese fa ha resto disponibili 2,8 milioni di immagini e dati in CC0.

Ricerca immagini a cura di Camilla Pin Montagnana

CC0
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