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Il Corpo è Territorio: la COP30 tra voci, lotte e resistenze

  • Dicembre 2025

Quando si parla di COP30, si pensa spesso a sale piene di diplomatici, negoziati e discorsi ufficiali. Eppure, tra il verde del Parco della città di Belém, alle porte dell’Amazzonia, il cuore della conferenza sul clima di quest’anno ha battuto altrove: tra le strade, le piazze e le comunità che troppo spesso restano ai margini del racconto ufficiale.

Luca Meola, socio di Codici, fotografo e documentarista, vive da più di dieci anni in Brasile. Ci guida in questo viaggio con le sue immagini, le sue interviste e le sue parole. Il suo sguardo restituisce la COP30 non come un semplice appuntamento istituzionale, ma come un’esperienza viva, fatta di volti, di storie e di atmosfere. 

Tra queste spiccano le popolazioni indigene, le comunità quilombola e i movimenti sociali presenti e attivi sul territorio ma esclusi dalla sala dei negoziati ufficiali. Le loro voci e le loro richieste ricordano che la crisi climatica non è solo un tema politico: è una questione identitaria e di vita quotidiana, di territori da proteggere e di diritti da ascoltare.

Per partecipare alla COP30 ho chiesto al mio amico Paulo, un fotografo della zona, se riusciva a ospitarmi. Anche perché i prezzi per dormire a Belém nel periodo della COP30 hanno toccato le stelle: cento dollari a notte per un posto letto in ostello, in un Paese dove lo stipendio minimo è di, diciamo, duecento dollari al mese.

Belém si trova nella regione orientale dell’Amazzonia e, per tutto l’anno, è caldissima e umidissima: i cambiamenti climatici accentuano le diseguaglianze. Banalmente, in Brasile, chi può permettersi l’aria condizionata per sopportare meglio il caldo? Chi vive di pesca o agricoltura familiare resta esposto e vulnerabile. E chi subisce maggiormente i cataclismi naturali sono le persone che abitano nelle favela, in case basse di mattoni o di legno, senza alcuna protezione.

Nella regione del Nordest, si assiste a un processo di savanizzazione: il caldo nella regione interna del Sertão diventa sempre più devastante. Nella regione amazzonica, negli ultimi anni, l’alternanza tra secca e allagamenti si fa sempre più estrema. Nel 2024, il Sud del Brasile è stato colpito da piogge torrenziali e allagamenti, causando la morte di molte persone o la perdita delle loro case.

Le responsabilità del Brasile sono principalmente legate alla deforestazione per l’agricoltura e l’allevamento. La lobby agropecuaria — come viene definita qui — genera immensi profitti per i grandi latifondi e le grandi aziende di allevamento, causando notevoli disastri ambientali. Ha un impatto sull’effetto serra e sull’innalzamento delle temperature, che a sua volta produce varie e devastanti ricadute locali. A Barcarena, città che si trova nello Stato del Pará, a poche decine di chilometri da Belém, vive una delle comunità amazzoniche costretta a pagare il prezzo più alto dello sfruttamento industriale. Durante un’intervista, ho avuto l’occasione di ascoltare Ana Paula, dottoranda all’UFPA e specializzata nelle narrazioni dei popoli tradizionali dell’Amazzonia, che ha descritto l’impatto diretto sulle comunità.

La contaminazione ha raggiunto un livello tale che l’acqua non può più essere usata né per lavarsi, né per bere, né per cucinare. Lì distribuiscono camion-cisterna con acqua potabile perché l’acqua locale non è più utilizzabile. I pesci sono contaminati, non si può nemmeno annaffiare una pianta perché i frutti marciscono. L’acqua, lì, è praticamente inutilizzabile per qualsiasi cosa.

La vita della comunità è stata completamente trasformata. Prima vivevano della natura, oggi devono fare altro per sopravvivere. Non vivono più, sopravvivono. E restano lì perché non hanno dove andare.

– Ana Paula

Luísa Maria, marisqueira e pescatrice dello Stato del Ceará e parte del collettivo Guerreiras das Águas, offre un’altra testimonianza diretta dell’impatto sulle comunità, descrivendo come il lavoro quotidiano sia cambiato negli ultimi anni.

Quando ero adolescente andavo nel mangrovieto con la mia zia. Ci sedevamo sulla sabbia e raccoglievamo due, tre secchi pieni di buzu, sururu, aratu. Ora non riusciamo più. Bisogna scavare e scavare, aspettare la marea, che sale molto velocemente, e anche così non riusciamo più a portare a casa quello che portavamo prima. Sta finendo tutto.

– Luísa Maria

Quali dovevano essere gli obiettivi di questa COP30? L’attesa era che questa fosse la conferenza dell’attuazione: le mete e gli accordi sono già stati definiti — a partire dall’Accordo di Parigi siglato alla COP21 del 2025 — ora bisogna decidere come metterli in pratica. La grande sfida di ogni COP riguarda la transizione da un regime energetico basato sui combustibili fossili — carbone, petrolio e gas — a un modello più pulito che utilizzi energie rinnovabili. A Belém si sperava di affrontare questi temi con proposte e accordi pratici, che non rimanessero solo a livello teorico.

È qui che si vedono le grandi contraddizioni del Brasile. Nel discorso di apertura, il presidente Lula ha parlato di velocizzare la transizione energetica e di azzerare la deforestazione entro il 2040 (e nel 2024 la deforestazione è diminuita parecchio). Al contempo, però, il suo governo ha recentemente approvato uno studio che consentirà l’estrazione di petrolio nella foce del Rio delle Amazzoni, una misura che potrebbe avere un impatto ambientale devastante sull’ecosistema del fiume più importante dell’Amazzonia. Il fatto è che all’interno del governo convivono due correnti: una ambientalista e l’altra assolutamente favorevole all’uso del petrolio.

Tra le persone che ho conosciuto durante la conferenza c’è Rudja Santos, una giornalista che arriva dalla regione più a nord del Brasile, lo Stato di Amapá. Rudja ha molta esperienza sulle tematiche ambientali del suo Stato. Mi ha raccontato di un arcipelago chiamato Bailique, dove l’innalzamento dell’acqua del mare ha reso salata l’acqua dei fiumi, con gravi conseguenze sulla flora e sulla fauna: i pesci abituati all’acqua dolce non sopravvivono.

Le chiedo quale impatto questo fenomeno possa avere sulle questioni di genere. Ci riflette un attimo e spiega che, nella divisione tradizionale dei compiti nelle famiglie amazzoniche, gli uomini pescano mentre le donne si occupano dell’agricoltura — oltre a pulire, accudire i figli, cucinare, ecc. Questi cambiamenti climatici spingono gli uomini ad abbandonare i villaggi per cercare lavoro in città. Da qui derivano, mi viene da pensare, conseguenze pesanti: abbandono, alcolismo, violenza e aumento dei carichi di lavoro per le donne. Un tema ancora poco approfondito e dibattuto.

Uno dei miei luoghi preferiti di Belém è Ver-o-Peso. È il porto, vicino alla città vecchia, dove ogni notte le imbarcazioni caricano pesce e açaí — una bacca di colore viola scuro che cresce sulla pianta omonima. 

Alla Casa del Giornalismo Socio-ambientale, non lontano dal porto, ho ascoltato Elvio Pankararu, giornalista indigeno, che ha tenuto una lezione sui principali stereotipi usati dai media quando parlano dei popoli indigeni.

Una delle prime cose che ci ha detto è che esiste l’abitudine di chiamare “indios” (sempre al maschile) le persone indigene, ma in realtà — e qui le parole contano — si tratta di un termine inventato dai colonizzatori portoghesi, convinti, all’arrivo in Brasile, di aver trovato l’India. Oggi, però, i popoli indigeni lottano contro questo termine e preferiscono essere chiamati popoli originari.

Le persone identificate come “indios” sono sempre rappresentate in un mondo selvaggio, in mezzo alla natura, quando in realtà esistono anche comunità indigene che vivono in contesti urbani. Nel discorso comune, la persona “india” è sempre rappresentata con il cliché del “buon selvaggio” corrotto dal contatto con il mondo occidentale, come se la cultura fosse un monolite rigido e immutabile.

I popoli indigeni sono tantissimi — quasi 300 in Brasile — e spesso molto diversi tra loro. Pensare che esista un’unica matrice in cui farli rientrare tutti non ha molto senso.

Elvio, ha detto un’altra cosa che mi ha colpito molto: 

Le popolazioni indigene non solo proteggono l’ambiente, sono l’ambiente. Corpo e territorio. Corpo è territorio.

– Elvio Pankararu

Beatriz Nascimento (1985), storica e intellettuale brasiliana, concepiva il corpo nero come un territorio simbolico e politico, nel quale si inscrivono le tracce della diaspora africana, della schiavitù, della resistenza e dell’ancestralità. Così come le comunità quilombo, fondate dagli schiavi fuggiti dalle piantagioni, rappresentano spazi collettivi di rifugio, libertà e autonomia, anche il corpo diventa un quilombo individuale: un luogo in cui si conserva la memoria storica e la lotta contro la violenza coloniale e il razzismo.

Durante la grande Marcia per il Clima sono riuscito a intervistare alcune delle persone della Flotilha Amazônica, la flottiglia indigena che, navigando su canoe e barche, è arrivata nella città di Belém per lanciare un appello urgente per la protezione dell’Amazzonia. Alla fine della marcia, sotto un sole infernale, ho intercettato l’attivista brasiliano Thiago Ávila. Gli ho chiesto del legame tra la Flotilha Amazônica e le flottiglie che hanno tentato di rompere l’assedio della Palestina, a cui Thiago, tra l’altro, ha partecipato. Mi ha detto che sono la stessa lotta: preservazione ambientale in Amazzonia e lotta al genocidio in Palestina. Cambiano i luoghi, non le dinamiche di distruzione.

La Flotilha Amazônica afferma che l’ecocidio vissuto dall’Amazzonia, dal Cerrado, e da tutti i biomi del mondo è connesso al genocidio che vive la Palestina, che vive il Sudan, che vive il Congo e tanti altri luoghi. Il sistema è lo stesso: lo stesso sistema capitalista sfrutta, opprime e distrugge la natura. E noi dobbiamo fermare questo sistema e costruirne uno nuovo, orientato dalla saggezza ancestrale dei popoli.

– Thiago Ávila

Ho raccolto anche la testimonianza di Katy Huelinga, attivista indigena originaria dell’Amazzonia ecuadoriana, dall’altra parte del continente: 

I nostri territori sono vivi, sentono quando vengono toccati, sentono quando vengono distrutti.

Siamo giovani che hanno visto sulla propria pelle, che hanno vissuto e toccato con mano ciò che tutte le imprese estrattive stanno facendo ai nostri territori.

– Katy Huelinga

Nelle ultime ore della conferenza, il clima si è fatto teso: numerose delegazioni hanno denunciato che i testi finali sono stati approvati senza un reale accordo collettivo e hanno accusato la presidenza brasiliana di aver gestito la procedura in modo troppo sbrigativo. Nonostante le contestazioni, la decisione politica centrale della COP30 – la Mutirão decision – è passata priva di qualunque riferimento ai combustibili fossili, un risultato in linea con le pressioni esercitate dai Paesi esportatori di petrolio, guidati dall’Arabia Saudita.

Anche l’idea di definire un percorso condiviso per l’uscita dalle fonti fossili, sostenuta da un ampio fronte di Stati, non è entrata nell’accordo ufficiale. Il Brasile l’ha riproposta solo come iniziativa volontaria al di fuori del negoziato ONU, rendendola politicamente molto più debole. Lo stesso destino è toccato alla proposta di un impegno globale contro la deforestazione, nonostante fosse considerata un punto cardine per un vertice organizzato nel cuore dell’Amazzonia.

Il premio Fóssil Colossal, assegnato ai Paesi che, secondo alcune ONG, hanno ostacolato i negoziati sul clima o agito contro la protezione ambientale, è andato all’Arabia Saudita e all’Unione Europea: la prima per aver bloccato qualsiasi riferimento ai combustibili fossili nei testi negoziali, la seconda per aver accettato compromessi deboli a causa delle sue divisioni interne. Entrambe sono state ritenute responsabili del risultato poco ambizioso del vertice.

Nonostante le posizioni politiche adottate, i popoli indigeni non si fermano e per loro scendere a compromessi non è un’opzione. Continuano a difendere il loro territorio e la loro identità, portando avanti una resistenza concreta e quotidiana contro la distruzione ambientale. La loro determinazione ricorda al mondo che la crisi climatica va ben oltre i dibattiti diplomatici: è una questione di giustizia climatica così come dei diritti delle comunità e delle identità razzializzate.

È molto doloroso dover lasciare i nostri affetti, le nostre case, i nostri figli, per venire a lottare. Ma è anche questo che ci rafforza. Perché, se non siamo noi a venire in questi spazi per lottare per coloro che sono rimasti nel territorio, chi lo farà? Chi sensibilizzerà i nostri giovani? Chi darà l'esempio ai nostri figli? Chi rafforzerà la nostra voce? Il riscaldamento globale e l'avanzare del mare stanno danneggiando la nostra attività professionale, i nostri mezzi di lavoro e i nostri prodotti artigianali. Questo ha indebolito moltissimo l'economia dei nostri gruppi, lasciando le nostre famiglie sempre in stato di vulnerabilità.

– Letícia Oliveira, collettivo Guerreiras Das Aguas

Glossario

  • quilombola i quilombos erano comunità di schiavi neri affrancati durante l’epoca coloniale.
  • marisqueira (o marisquieira)  – nel contesto indigeno e comunitario del Sud America indica una donna che si dedica alla raccolta tradizionale di frutti di mare, come molluschi e crostacei, praticata nelle zone costiere e nelle aree intertidali, cioè gli spazi compresi tra il livello della bassa e dell’alta marea. Il termine comprende pratiche di pesca artigianale, raccolta a mano e l’impiego di conoscenze ecologiche locali.
  • buzu, sururu, aratu  – termini del portoghese-brasiliano che indicano frutti di mare raccolti tradizionalmente lungo le coste tropicali e subtropicali del Sud America:

buzu – mollusco tipico delle coste tropicali, raccolto come fonte di alimento;

sururu – mollusco comune lungo le coste sudamericane, simile alle cozze;

aratu – granchio di mare comune nelle zone costiere tropicali e subtropicali.

  • mutirão – termine del portoghese-brasiliano che indica un processo di cooperazione comunitaria. Applicato al contesto decisionale, il mutirão implica una deliberazione condivisa, dove le scelte emergono dal contributo collaborativo dei partecipanti, piuttosto che da una singola autorità.  

Foto, interviste e traduzione ☉☉ Luca Meola

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