Il Corriere della Sera, il 6 marzo 1936, registra con divertito stupore – e una buona dose di stereotipi – la “calata dei cinesi” in Italia. Diverse centinaia di persone giovani provenienti dalla Cina, dall’aspetto ben curato e dotate di valigette in cuoio ricolme di perle finte, erano infatti giunte dalla Francia a Torino ai primi di marzo, suscitando scalpore tanto per il loro aspetto percepito come esotico quanto per il fatto di vendere una mercanzia allora assai ricercata dalle signore: lunghe collane di perle di vetro, praticamente uguali a quelle vere, ma vendute a poco prezzo sotto i portici della città. Sanzionati dalla questura torinese perché privi d’autorizzazione alla vendita ambulante, nel giro di pochi giorni lasciano Torino per Milano, dove riusciranno a stabilirsi con maggiore successo, trovando alloggio nelle popolari case di ringhiera del “borgo degli ortolani”, il quartiere che oggi molte persone che vivono a Milano conoscono come Chinatown.

Nel 1926, la Cina alimenta l’apprensione dell’Italia fascista per la proliferazione del bolscevismo. È l’anno in cui il governo rivoluzionario di Canton, ora nelle mani del Generalissimo Chiang Kai-shek, prepara la spedizione verso il Nord per riguadagnare al controllo del Partito Nazionalista il governo della giovane Repubblica cinese. Per questo Chiang nell’inverno del 1925-26 rinsalda il sodalizio con l’Unione Sovietica, che finanzia, arma e sostiene politicamente il Fronte Unito tra sinistra, formazioni comuniste, e destra del Partito Nazionalista. È l’epoca in cui Mao Zedong è incaricato di guidare la propaganda politica del Partito Nazionalista, preparando l’assalto contro i Signori della Guerra che controllano il resto del paese.
Perciò lo stato fascista tende inizialmente a vedere i venditori ambulanti cinesi come una potenziale minaccia. Sono tutti uomini, tutti “in età militare”, giovani e robusti: che si tratti di agitatori bolscevichi? Ne è convinta la Marchesa Rucellaj, russa di nascita, che un mese dopo l’arrivo in Italia di molte persone provenienti dalla Cina scriverà alla Contessa Volpi una lettera in cui esprime a chiare lettere le sue preoccupazioni: “sono certa, e tutto il mondo lo crede, che questi sono degli emissari bolscevichi, fanno una turpe propaganda accompagnata da molto denaro”. La lettera giunge alla scrivania del Ministro dell’Interno, che disporrà l’espulsione di tutte quelle persone non munite di documenti in regola. Ma a Milano, alla lunga, Questura e Prefettura si persuaderanno che queste persone sono commercianti che non creano alcun problema di ordine pubblico. Negli anni successivi, anzi, la piccola comunità cinese meneghina metterà radici: alcuni di loro sposeranno donne italiane, apriranno proprie botteghe artigiane, passando dal commercio ambulante delle perle finte a quello delle cravatte e degli articoli in finta pelle. Inizialmente si procureranno la merce dai grossisti italiani, ma presto cominceranno a confezionare portafogli in dermoide e cravatte in seta nei propri laboratori, quasi tutti ubicati in via Canonica, dove lavorano soprattutto giovani donne del quartiere, quasi sempre operaie originarie della bassa lombarda o da altre province rurali del Norditalia.
Molti di questi giovani uomini cinesi hanno una storia migratoria assai complessa. Hanno lasciato i propri villaggi sparsi lungo il corso del torrente Sidu, tra le montagne del Zhejiang meridionale, a cavallo tra il distretto di Qingtian e quelli di Wencheng e Rui’an, già parecchi anni prima di giungere in Italia.

La loro prima destinazione, infatti, era stata il Giappone, paese che hanno dovuto abbandonare in seguito al catastrofico terremoto del 1923. Nell’inverno del 1925/26 giungono in Europa, dopo lunghi e avventurosi viaggi: chi in piroscafo da Shanghai a Marsiglia, chi in treno da Shanghai a Mosca, Berlino, Parigi, Madrid. La loro migrazione diventa movimento di massa nel corso degli anni Trenta e Quaranta. Malgrado le discriminazioni subite sotto il regime fascista e l’internamento in campi di concentramento della maggior parte di loro durante la guerra, riusciranno quasi tutti a sopravvivere e perfino a prosperare. Coloro che, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, sceglieranno di rimanere in Italia sono i progenitori della comunità cinese in Italia oggi, quattro generazioni più tardi: la più numerosa comunità di cittadini di origine cinese d’Europa.
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Foto ☉ Archivio privato di Hu Xizhen
Foto ☉ Corriere della Sera