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Chinamen. La mostra su un secolo di cinesi a Milano

Dal 1906 ad oggi: le origini sconosciute della più antica comunità di migranti del territorio in mostra al MUDEC -Mudec – Museo delle Culture di Milano dal 14 marzo al 17 aprile.

 

Un affresco della dimensione storica più profonda e umana di un’origine migratoria che tuttora permea il presente della comunità sino-milanese.

Simbolo di un passato comune che ebbe origine con l’Esposizione Universale del 1906, “Chinamen. Un secolo di cinesi a Milano”, è un progetto a cura del nostro Daniele Brigadoi Cologna, socio fondatore di Codici, con la collaborazione di Matteo Demonte.

LA MOSTRA
“Chinamen. Un secolo di cinesi a Milano” affronta un percorso di storia inedito per la città di Milano e curioso per la tutta la comunità: con un focus che parte dal periodo delle origini storiche della migrazione cinese (1906-1946) – il meno documentato in assoluto- la mostra inquadra il capitolo di storia locale e italiana, nella più ampia trama della diaspora cinese in Europa e nel mondo.

IL TITOLO
Da qui, il titolo, che riprende il termine anglofono Chinamen usato in Occidente per definire gli  uomini che nel corso del XIX secolo si diffusero in tutti i territori teatro dell’espansionismo delle principali potenze europee e della giovane nazione statunitense. Una parola, non sempre usata in accezione positiva, ma che restituisce all’immagine dei primi migranti cinesi, quasi solo uomini, il sapore tragico e meraviglioso della loro prima apparizione in un mondo lontano dove vestire i panni del “Chinamen” poteva anche essere sinonimo di una nuova identità: quella del cinese all’estero, cosmopolita, indipendente e padrone di nuove sfere di relazioni sociali a partire dalle quali costruire il proprio riscatto sociale.

LA STORIA
Dal mondo a Milano, attraverso una narrazione che si snoda attraverso i decenni, fino agli anni recenti, la mostra si focalizza sulla nascita dell’identità sino-milanese e le trasformazioni del quartiere di via Canonica, Sarpi e Porta Volta in Chinatown. Da questa memoria ritrovata, grazie anche al dialogo con parenti e amici dei protagonisti della prima ondata migratoria ormai lontana tre o quattro generazioni, nasce una riflessione sul presente e sulla città.

MILANO
Milano è al tempo stesso ribalta e retroscena di un’epopea che, nonostante le asprezze del ventennio fascista, in cui i cinesi subirono l’impatto delle leggi razziali e durante la guerra furono in gran parte internati in campo di concentramento, si è costruita nell’intimità delle stradine, delle botteghe e delle case di ringhiera dello storico “borgo degli ortolani” di Porta Volta – oggi la domiciliazione simbolica per eccellenza dell’identità storica dei cinesi d’Italia – per poi aprirsi alla metropoli intera.

Qui, grazie alla stretta interazione con gli abitanti del quartiere e della città che hanno saputo forgiare intensi sodalizi, d’affetto e d’affari, al di là delle rispettive differenze etniche, linguistiche e culturali, i primi cinesi misero radici salde. E la città ha saputo farne una comunità dinamica e coesa, emblema dell’operosità sia cinese, sia milanese.

Il primo matrimonio tra un’italiana e un cinese è del 1934. Da quell’anno in avanti i ritratti di famiglia saranno oggetto della cronaca del principale fotografo di quartiere, lo Studio Tollini. Il portone originale de La Pagoda recuperato per la mostra, ricorda il primo ristorante cinese aperto a Milano, in via Fabio Filzi. Era il 1962. E ancora, l’abito originale del viaggio, la macchina da cucire usata nei laboratori di pelletteria, i racconti sui venditori di perle “matte” degli anni ‘20 del Corriere della Sera, il quadro di Chiang Kai-shek che ha fatto da sfondo a tutte le feste cinesi tra gli anni ‘40 e ’50. Sono solo alcuni dei pezzi che testimoniano la vita di questi migranti e delle donne, italiane e cinesi, che furono al loro fianco, partecipando a un’evoluzione che interseca e alimenta i nuovi flussi degli anni ’80-’90, e illustrando lo sviluppo di commercio, imprenditoria e associazionismo comunitario riunisce tanti nomi e tante storie. Come quella straordinaria, d’impresa e di vita, di Mario Tschang: il primo cinese nato in Italia, fondatore dell’impero Osama.

IL PROGETTO
L’esposizione è il frutto degli studi pluriennali del sinologo Daniele Brigadoi Cologna, ricercatore dell’Università degli Studi dell’Insubria e socio fondatore di Codici, che per il progetto ha coordinato una ricerca partecipata che ha coinvolto un gruppo di giovani studenti del Polo di Mediazione dell’Università degli Studi di Milano e del dipartimento di Diritto Economia e Cultura dell’Università degli Studi dell’Insubria, attingendo agli archivi fotografici pubblici e in quelli privati delle antiche famiglie italo-cinesi di Milano e delle illustrazioni dell’artista Matteo Demonte, autore del documentario a disegni animati, co-prodotto dal Mudec, dall’omonimo titolo “Chinamen” e, insieme a Ciaj Rocchi, della graphic novel dal medesimo titolo, che è anche il catalogo della mostra.

IL DOCUMENTARIO
Il documentario sarà presentato in un evento speciale in programma sabato 18 Marzo, durante il quale saranno coinvolte le diverse anime, le vite e le le persone che regalando le proprie storie hanno reso possibile la realizzazione del progetto

Parte integrante della mostra, il documentario è stato anticipato al pubblico dalla rassegna di proiezioni serali e notturne pubbliche sulle facciate di via Sarpi e dintorni, tra il 28 gennaio e il 5 febbraio, in occasione delle celebrazioni del Capodanno Cinese, realizzata con la collaborazione di Codici.

TRA RICERCA E LINGUAGGI DELL’ARTE
Mostra e documentario hanno un significativo valore storiografico: unendo ricerca scientifica e arte Daniele Brigadoi Cologna e Matteo Demonte gettano luce su un periodo tanto inesplorato quanto determinante della storia sociale del capoluogo milanese, perché fu lì, in quell’origine nascosta, che vennero gettate le basi che consentiranno lo sviluppo delle migrazioni cinesi del dopoguerra e di rapporti familiari transnazionali che, nel corso del tempo e ancora oggi, non si sono mai del tutto interrotti e che la mostra racconta.

 

Data: 9 marzo 2017
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